Quattro chiacchiere con Luca Azzolini #4

Siamo arrivati alla fine.
Oggi è l’8 luglio, e questo significa che se andate in una libreria potrete trovare Volley Star, il nuovo romanzo per ragazzi di Luca Azzolini.

volleyIl pomeriggio in cui Vicky, undici anni, entra per caso nella palestra della sua nuova scuola, riceve quasi una pallonata in faccia. Senza pensarci troppo la ragazza fa un balzo indietro e colpisce la palla di cuoio con un bagher quasi perfetto. Le ragazze che stanno giocando attorno alla rete non hanno dubbi: Vicky è la candidata perfetta a entrare nella squadra di pallavolo della scuola, le Coccinelle. Così Vicky inizia gli allenamenti con le compagne e presto si ritrova in campo, perché il torneo delle scuole sta per cominciare. La prima squadra che le Coccinelle devono affrontare, purtroppo, sono proprio le Talent, le campionesse in carica. Vicky dovrà allenarsi parecchio. Nico, un ragazzo della squadra di basket dagli occhi verdi e l’aria misteriosa sembra l’allenatore ideale per insegnarle a saltare oltre la rete…

E con questa data si conclude anche la lunga intervista fatta all’autore. Le altre tre parti le trovate qui, qui e qui.

Di seguito troverete qualche spunto per discutere dell’editoria e della scrittura in termini, probabilmente, più generali. E si potrebbe persino iniziare un dibattito su alcune domande/risposte, perché io, per esempio, non concordo su tutto quello che Luca ha detto.

Rimane il fatto che questa chiacchierata la volevo fare da lungo tempo, e finalmente ci sono riuscito. Ringrazio di cuore Luca, che me ne ha dato la possibilità, e voi, che l’avete letta.
E ricordatevi di leggere Volley Star!

Ma secondo te un editore big, al giorno d’oggi, sa osare? Perché io ho l’impressione che la risposta sia no. Mi sembra che ci sia poco spazio per storie originali e, perché no, innovative. Ovvio che un editore debba pure fare soldi, ma da esterno a me pare fisiologico che un determinato argomento, dopo tre titoli uguali, smetta di funzionare. Perché si sperimenta così poco, invece?
Non credo sia il punto di vista giusto. Mi spiego: ogni casa editrice ha una sua linea editoriale ben precisa che, nel limite della sua identità, può prevedere o meno delle “sperimentazioni”. Non si può però pretendere che un editore, con una storia e un suo percorso, d’improvviso cambi rotta senza una motivazione valida. Anche tra le grandi case editrici si possono riconoscere atteggiamenti diversi che le qualificano agli occhi dei lettori, e personalmente non trovo il problema di rilevanza fondamentale. Se un lettore sa cosa vuole, sa cosa cercare e dove trovarlo. L’editore, nel rispettare la sua identità, sperimenta di continuo con la pubblicazione di nuove serie, ovviamente non sto parlando dei filoni di successo. Mi sembra evidente che, quando emerge un libro a livello mondiale, si cavalca l’onda di quel genere. Eppure, se si osserva bene, ogni editore fa delle scelte ben precise anche in quel frangente. Gli editori sperimentano con ogni titolo, in modo più o meno deciso, ma questo non deve distogliere l’attenzione dal fatto che ognuno di essi ha una sua identità ben precisa che lo identifica agli occhi dei lettori, dei librai e della critica.

Ma io non sto parlando di cambi di rotta. Sto solo dicendo che se sono specializzato in letteratura young adult, perché invece dei soliti vampiri non punto sugli Umpa Lumpa, una volta? E perché non lo fai senza aspettare che gli Umpa Lumpa abbiano successo in America? Perché è questo che io vedo, in tutta sincerità.
No, non sono d’accordo. L’ho detto anche prima, il filone di successo viene sfruttato quando scoppia il caso editoriale, ma nel frattempo si presentano ai lettori romanzi di varia natura. Faccio un esempio, Volley Star si inserisce nel filone narrativa sportiva per ragazzi di Piemme, come altre serie di successo del Battello a Vapore (penso a Gol, Scuola di Danza, Tre amiche sui pattini, e via discorrendo), ma affrontando un aspetto nuovo e originale (non solo per il “cambio di sport”) a livello di trama e personaggi. Io stesso, da settembre, tornerò in libreria sempre con Piemme dando alle stampe un nuovo progetto a più ampio respiro e totalmente diverso da Volley Star.

Certo, l’occhio cade sicuramente sulle pubblicazioni simili, ma davvero si può dire che gli YA proposti in libreria siano tutti uguali o trattino tutti lo stesso genere? Io, per esempio, ho da poco letto Half Bad e l’ho trovato piacevolissimo, e ho nel frattempo messo gli occhi su libri come Wool, la serie ShadowDance, o I segreti di Nightshade, e non vedo l’ora di prendermi La ragazza meccanica di Bacigalupi (di cui ho sentito tanto parlare negli anni). Ecco, sono tutti libri diversissimi. La varietà c’è.

Luca, non dico che la varietà non ci sia. Dico che si sperimenta poco. Molto poco. Ovvio che se uno cerca trova, ma io penso si dovrebbe sperimentare di più. Tra l’altro citi praticamente solo cose straniere… Comunque, ricomponiamoci che altrimenti non la finiamo più. Hai accennato ai tuoi prossimi lavori che arriveranno molto presto… ce ne puoi parlare un po’?
Non ho citato autori italiani di proposito ma, se proprio vogliamo, considera che la produzione italiana è ben più varia di quella straniera. Ci sono autrici e autori diversissimi, che sperimentano di continuo, e con profitto. Io non la vedo così grigia, ovviamente tutto sta a cosa si intende per originale e sperimentale.

Per quanto riguarda la mia prossima serie per Piemme, è un ciclo composto da sei volumi che usciranno a coppie di due (a settembre 2014, a novembre 2014 e gennaio 2015), di impronta fortemente fantasy. L’intreccio è solo in apparenza quello di un fantasy classico per ragazzi ma, già dalla fine del primo libro in poi, le trame e le sottotrame si arricchiranno sempre di più mostrando un quadro molto più ampio del mondo che ho immaginato. Sono davvero emozionato per l’uscita questa serie…

Sappi che sono emozionato anch’io. Ne so pochissimo, ma quello che so mi basta. Continuando a parlare del tuo lavoro di scrittura, mi piacerebbe affrontare l’argomento Ghost Writing. Tu ne fai e quindi mi piacerebbe capire come si lavora in questi casi. Cioè… io odio sentirmi costretto in qualcosa, specialmente parlando di lettura e scrittura. Tu non ti senti costretto, in questo senso? Come si rende proprio un lavoro altrui? E poi, dopo l’uscita, non si prova un po’ di tristezza a vedere un lavoro con un’altra firma?
A me piace guardare la scrittura sotto molti aspetti, e non sono uno di quelli che pensa che sia (solo) un fatto intimo. Credo, anzi, che sia un controsenso: se la si intende come un fatto intimo, perché spenderci su tutto questo tempo per vedersi pubblicati? Scrivi per te stesso, no? No. La scrittura è condivisione. E a questo punto, per me, lo è fin dalle prime battute, sia che si stia scrivendo un libro a quattro mani come mi è capitato con Evelyn Starr, sia che si stia lavorando a un romanzo come ghost writer.

Faccio ora una precisazione, la libertà che si ha è la stessa. Negli otto romanzi che ho scritto come ghost, ho avuto piena liberà nella realizzazione dei personaggi, del mondo in cui li muovevo e delle trame. Ovviamente con delle restrizioni dovute alle collane in cui questi libri sono usciti, ma questo succede anche se non sei un ghost. Se scrivi per ragazzi è logico non inserire scene crude o di violenza gratuita. In certi casi, questo è vero, mi è capitato di dover calibrare con attenzione certe scelte nel linguaggio dei miei protagonisti (questo per mantenere uno standard qualitativo alto in relazione al brand di riferimento). Io però non ho sentito questo come un peso. Non c’è mai stato altro che un lavoro di editing da parte di professionisti che, di volta in volta, mi spiegavano le esigenze della tal collana.

Nessuna costrizione, nessuna limitazione che non fosse più che accettabile da parte mia. Tristezza no, perché quei libri restano una parte di me e io ho sempre inteso la scrittura come il raccontare qualcosa, e non il vedere il mio nome in copertina. Non sono un protagonista a tutti i costi, non sono di quelli che “godono” nel vedere il proprio nome a lettere cubitali sul libro: io sono di quelli che provano piacere a scrivere. Punto. Sono uno di quelli che, se una scena è particolarmente forte, si commuove e ci pensa sopra. Scrivere, prima di tutto.

Ma si riesce a vivere di scrittura?
Dipende. Ci sono autori che riescono con i loro romanzi a conquistarsi una buona fetta di pubblico, ad avere ottimi investimenti a livello di marketing dalle case editrici (che corrisponde di solito anche ad anticipi piuttosto elevati), quindi sì, si può, ma sono una minima percentuale. Ma ci sono, anche in Italia.

So che da un po’ di tempo hai un agente letterario che ti segue. Secondo te sta diventando una figura necessaria anche nel mercato nostrano, come lo è per esempio negli States?
Ho firmato a fine ottobre dello scorso anno un mandato di rappresentanza con un’agenzia che, attualmente, mi sta seguendo su nuovi progetti (di cui ancora non posso parlare) e che mi permette di dedicarmi a 360° alla scrittura. A un certo punto, per me, era diventato di fondamentale importanza sorvolare tutta la parte che riguarda l’invio di una proposta editoriale, per potermi dedicare alle idee e alla storia in sé e per sé. La cosa che più mi fa sentire a mio agio è questa, in effetti.

Ora la scrittura è centrale, domina tutto. Ci sono però altre qualità derivanti dall’avere un agente: la cura attorno al progetto, la condivisione delle idee, la scelta del momento più adatto per puntare su una storia piuttosto che un’altra. Quanto al discorso Italia-Mondo, tuttavia, non siamo ancora a quei livelli. Da noi si può pubblicare comunque, anche senza un agente, e Volley Star ne è la prova.

Se ti guardi indietro ora, ma se guardi pure al presente, vedi, nella tua scrittura, una qualche influenza da parte dei tuoi autori peferiti? So che ami particolarmente MZB.
Sì, amo Marion Zimmer Bradlery, George R. R. Martin, Stephen King, e molti altri autori che mi hanno formato con le loro storie. Mi hanno spinto a fare sempre meglio. Devo tanto a tutti i libri che ho letto, a quelli che mi sono piaciuti, a quelli che non mi sono piaciuti: ognuno mi ha indicato una strada da percorrere. Tra gli italiani, il primissimo autore che ho letto e venerato è stato Valerio Evangelisti: ha dato spessore al genere, ha aperto la strada a tutti, e l’ha fatto con una classe inarrivabile. Devo tanto anche a tutti quegli autori che sono venuti prima di me, creando un cammino italiano. Senza dubbio, se non ci fosse stato questo insieme di cose, oggi non sarei qui con le mie storie.

Per tua somma gioia, siamo arrivati alla fine. Io ti ringrazio davvero per la bella chiacchierata e ti faccio concludere in autonomia. Salutaci facendoti una domanda che nessuno ti ha mai fatto e alla quale vorresti rispondere.
Ecco la domanda che mi pongo in conclusione: quando a diciassette anni sognavi di pubblicare i tuoi romanzi con un grande editore ti immaginavi sarebbe stato così? Il tuo sogno è rimasto intatto?

Che ne dici, Andrea? Domandone, eh? Ma non sarei io se non mi facessi domande del genere. Io vado avanti ponendomi quesiti che mi spingano a guardare oltre: oltre i no, i sì, i piccoli traguardi e le cose che non sembrano mai andare bene. La risposta è complicata quasi quanto la domanda. Quella voglia di scrivere è rimasta intatta, e a questo punto credo che niente e nessuno (nemmeno le tante dinamiche che mi hanno portato fino a qui) potranno mai spegnerla. Quello che ho imparato, e poi fatto mio filtrandolo sotto pelle, è che ciò che conta è essere autentici, sempre e comunque. Questo basta. E arriva. Lottare per le proprie storie, le proprie idee, il proprio sentire. Non accontentarsi, non cedere. Non perdere di vista il traguardo, e prima ancora il sogno. Ecco, per questo l’idea che avevo, e ciò che vivo oggi, combaciano sempre di più. Sono molto fortunato, in fin dei conti.

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