Quattro chiacchiere con Luca Azzolini #3

Terzo, ma non ultimo, appuntamento con le chiacchiere tra il venditore di mele, ovvero io, e l’autore Luca Azzolini.

Vi ricordo che voi vi state sorbendo questi deliri in forma d’intervista per un motivo valido: ingannare l’attesa per l’uscita di Volley Star, il nuovo libro per ragazzi che Luca darà alle stampe martedì 8 luglio. Ovvero tra pochissimo!

volleyIl pomeriggio in cui Vicky, undici anni, entra per caso nella palestra della sua nuova scuola, riceve quasi una pallonata in faccia. Senza pensarci troppo la ragazza fa un balzo indietro e colpisce la palla di cuoio con un bagher quasi perfetto. Le ragazze che stanno giocando attorno alla rete non hanno dubbi: Vicky è la candidata perfetta a entrare nella squadra di pallavolo della scuola, le Coccinelle. Così Vicky inizia gli allenamenti con le compagne e presto si ritrova in campo, perché il torneo delle scuole sta per cominciare. La prima squadra che le Coccinelle devono affrontare, purtroppo, sono proprio le Talent, le campionesse in carica. Vicky dovrà allenarsi parecchio. Nico, un ragazzo della squadra di basket dagli occhi verdi e l’aria misteriosa sembra l’allenatore ideale per insegnarle a saltare oltre la rete…

Ora mi piacerebbe ripercorrere un po’ la tua carriera, alla quale abbiamo accennato nelle puntate precedenti.
Il fuoco della fenice… so che è dedicato a una persona cara. Quanto questa cosa ti ha influenzato? E quanto della tua vita privata è finito nel romanzo? Te lo chiedo perché sì, è vero che le opere e le vite tendono a intrecciarsi sempre, ma io sono convinto che i primi lavori contengano molto più di noi che gli scritti successivi.

Il Fuoco della Fenice è stato scritto poche settimane dopo la morte di mio nonno, avvenuta nell’ottobre del 2007. Già a metà dicembre dello stesso anno avevo una prima bozza del romanzo che, è vero, è forse il più “biografico” di quelli che ho scritto. Come dici bene tu, il primo libro contiene sempre molti aspetti personali e questo inevitabilmente traspare dalle pagine. Mi è successo anche con La regina delle spade di seta, ma in un modo completamente diverso: in quel caso, quel libro mi ha accompagnato negli anni. Il Fuoco delle Fenice, invece, era un concentrato dei miei primi venticinque anni. Questo ha sicuramente influenzato parecchie scene, e credo che si noti.

Reverdito_LaReginaDelleSpadeDiSetaVisto che nomini La regina delle spade di seta passo subito a questo titolo. Tu sai quanto mi sia piaciuto il romanzo, ma mi chiedevo… da dove ti è venuta l’idea di scrivere di Semiramide? Non è un personaggio così noto, in fondo. E come hai fatto a ricostruire l’epoca e la sua figura?
La regina delle spade di seta è nata da un quadro. Quello stesso quadro che poi ho fortissimamente voluto come copertina del mio romanzo: “Semiramide morente sulla tomba di re Nino” di Augusto Valli, e oggi conservato al Muso Civico di Modena, un olio su tela del 1893. Aveva una forza, una malinconia e un abbandono terrificanti (nel senso di “terrifico”, altissimo e sconvolgente per la sua bellezza e forza). Da lì iniziai a prendere confidenza col personaggio, a fare ricerche e a leggere articoli su Semiramide e sulla sua vera identità, quella della regina assira Shammuramat. Scrissi così la prima bozza, ma il risultato era lontano dalle mie aspettative. Ero deluso, e misi da parte il libro.

All’Università, poi, nel 2009, mi si pose davanti una scelta: quale esame sostenere per chiudere il piano di studi? Seguire un corso da 30 ore sulla Critica d’Arte o uno da 60 ore sulla Storia del Vicino Oriente Antico? Se avessi dato ascolto solo alla necessità dei crediti, quello da 30 ore sarebbe stato più che sufficiente. Io però non sono uno che guarda a cosa è “comodo”, ma a cosa trova entusiasmante, anche se questo lo porta su strade più impervie. Scelsi ovviamente Vicino Oriente Antico, e non me ne pentii nemmeno quando mi trovati davanti a 3.000 anni di storia e un libro di 2000 pagine da studiare. Ci andai a nozze. Lì mi imbattei nuovamente in Shammuramat, e chiesi alla docente informazioni dettagliate che fu felicissima di darmi (passandomi articoli, saggi, ecc.). Da lì ricominciò la scrittura del libro così come lo si conosce oggi.

Questo è stato anche il tuo primo romanzo per adulti. Credi ne scriverai ancora? Hai già qualche idea?
La regina delle spade di seta è stato il mio primo romanzo per adulti, al quale ho dedicato sette anni del mio tempo e al quale mi sento legatissimo, ma ho intenzione di scriverne altri. Ho già un’idea, sto solo aspettando di avere il tempo per scriverne la trama in modo dettagliato. Questa volta, però, vorrei lanciarmi in qualcosa di ancora più lontano dai miei soliti percorsi narrativi, un romanzo mainstream puro.

Facciamo un piccolo passo indietro e torniamo a Evelyn Starr.
Come sai, a scrivere ci provo pure io, e nella mia esperienza ho trovato che la scrittura sia una cosa molto intima e personale. Non semplicemente nel fatto che potresti raccontare di te, ma proprio nell’azione. Cioè, io non riesco a scrivere in pubblico, devo essere in solitudine, e non riesco a seguire le idee altrui, devo fare come voglio io. Quindi… come ti sei trovato a scrivere con Francesco Falconi? Sarà una domanda abusata, lo so, ma mi piacerebbe ti soffermassi non sui tecnicismi legati a stile e trama, ma a come si fa in termini personal-spirituali. Non so se hai capito.
Evelyn Starr è una serie che amo molto e scriverla è stata un’avventura. Mi sono divertito un sacco, mi ha fatto crescere, ma è anche vero che quando si collabora è necessario mediare molto i punti di vista. Gli scontri non sono mancati, è naturale, ma fortuna ha voluto che con Francesco, nonostante le differenze di carattere, ci fosse una profonda unità d’intenti: sapevamo come doveva essere Evelyn, e quella ragazzina e il suo mondo combaciavano per tutti e due. Io sono naturalmente portato alla condivisione di idee e parole, sebbene chi mi consce bene sa che sono piuttosto introverso, mentre Francesco, col suo lato propositivo e determinato, ha colmato i miei dubbi e incertezze. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, non sta a me giudicarlo, ma ne sono orgogliosissimo!

Sai, avendovi anche conosciuti vi rivedo molto entrambi nelle avventure e nei personaggi di Evelyn Starr. Nella personalità di Evelyn, nelle battute di Stylligan, ma anche negli altri personaggi e in alcune scelte. Credi che sia un po’ lo specchio del vostro rapporto di amicizia?
Sì, senza ombra di dubbio. Evelyn Starr racchiude anche questo lato (come, credo, accade per tutti gli altri autori che scrivono e pubblicano le loro opere). Personalmente ritengo ci sia molto di noi, dalle battute, allo spirito ironico e giocoso, ma anche la sensibilità verso i temi più profondi e importanti. Senza ombra di dubbio abbiamo messo tanti elementi a noi cari in questi libri, giocando dove è stato possibile con i personaggi e colorandoli il più possibile.

Esiste la possibilità di vedere un nuovo volume di questa saga?
Sì è discusso della possibilità di un seguito, ma per ora siamo entrambi presi dai vari progetti che stiamo portando avanti singolarmente. Francesco ha appena dato alle stampe Gray, mentre io sarà a breve in libreria con Volley Star. Le idee per un terzo volume, però, non mancano!

Questo dimostra il tuo sadismo. Ci dici qualcosina, accenni pure a idee che avete… e poi toh, ci lasci a bocca asciutta! Per ‘stavolta farò finta di nulla e passo a Sanctuary. Ma solo per ‘stavolta.
Sanctuary è un’antologia di racconti fantasy, una delle prime in Italia, che tu hai curato per Asengard Editore. Ci parli un po’ del progetto? E… anche per te è stato un lavoraccio? No, perché quando io ho curato l’antologia delle fiabe veneziane mi sono talmente rin***ito che ho ben deciso di non affrontare più un lavoro del genere!

Il contrario! Sanctuary è un progetto che rifarei oggi stesso! Questo non significa che non sia stato difficile, tutt’altro. All’antologia era abbinato anche un premio letterario per cercare un esordiente che confluisse nella raccolta. Ovviamente questo ha comportato la lettura di un sacco di racconti inediti: quantificati in 2 milioni di battute, lette in poco più di un mese. Eppure è stato emozionante, perché nella grande tradizione degli autori che più amo, da Marion Zimmer Bradley a George R. R. Martin (entrambi curatori antologici e editor), ho proprio gustato appieno la possibilità di vedere Sanctuary attraverso gli occhi degli altri. E’ stato entusiasmante, ancora di più visto che tanta fatica è stata apprezzata dai lettori e dalla critica specializzata. Gli stessi diritti per l’antologia furono ceduti a Mondadori per una possibile ristampa. Queste, per chi arriva dal nulla, sono grandi soddisfazioni.

No no, sia chiaro. Pure io rifarei le Fiabe per leoni veneziani. Però non lavorerei mai (ma mai dire mai) ad altre antologie, perché una è più che sufficiente e più che stancante.
Ma hai nominato proprio tu il lavoro di editor, lavoro che per’altro svolgi per Reverdito. Che tipo di lavoro è? Per chi ama i libri è un po’ il lavoro dei sogni, ma in verità è una cosa molto dura. Cosa ti da e cosa ti toglie?
Lavorare come editor è entusiasmante, anche in periodi complicati come questo, in cui l’editoria (più in generale la società) sta attraversando un momento di crisi generalizzato. Eppure, individuare un racconto, un romanzo, una storia valida fra centinaia di manoscritti è sempre una grande emozione. Con Reverdito, per esempio, ha esordito Giulia Marengo, che ritengo essere un’ottima scrittrice e una penna raffinata. Ho seguito il suo romanzo, l’ho editato, ho lavorato a stretto contatto con lei, ed è stato emozionante vederlo stampato. L’editor lavora per il bene della storia, cerca di osservarla da punti di vista sempre diversi, tirando fuori il meglio del racconto (e, in particolare, le sue potenzialità inespresse). Di sicuro è un mestiere che ti mette in contatto con autori giovani e speciali, nonostante le montagne di manoscritti più o meno validi, c’è sempre qualche perla. Una delle ultime scoperte che ho notato, in campo fantastico, è per esempio Deborah Epifani. Davvero bravissima. Da tenere d’occhio.

Non potrei essere più d’accordo. Giulia è una grande autrice, che sa cambiare genere con facilità. Deborah ha una scrittura che sembra editarsi da sola… Ma secondo te, questi talenti riusciranno a fare il grande salto e arrivare ai big? Cioè, quanta reale possibilità c’è per gente talentuosa ma che fa fatica a farsi notare dal grande pubblico?
Il grande salto non è impossibile, è sotto gli occhi di tutti che – di tanto in tanto – gli editori danno spazio a nuovi autori (molti, ultimamente, scelti tra le migliaia che si muovono nella rete stessa, grazie a libri caricati su piattaforme come Amazon). Quello che invece, a occhio e croce, mi sembra manchi sul serio è l’affermarsi di questi nomi. Questo però dipende anche dall’investimento che un editore fa sul singolo autore. E qui si potrebbe aprire una discussione infinita sui perché in certi casi si fa quell’investimento e in altri casi no. L’interesse che ruota attorno a un romanzo, e al progetto che l’ha portato fino in libreria, può variare d’intensità (e a questo variare corrisponde l’impatto che ha sull’editore, e di riflesso sul pubblico).

*** FINE TERZA PARTE ***

Annunci

Un pensiero su “Quattro chiacchiere con Luca Azzolini #3

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...