Quattro chiacchiere con Luca Azzolini #1

L’8 luglio arriva in libreria il nuovo libro di Luca Azzolini.
Dopo la parentesi storico-adulta de La regina delle spade di seta, si ritorna alla narrativa per ragazzi e lo si fa con un testo che si scosta nettamente dai tratti fantasy tipici degli altri lavori ‘Azzoliniani’. Del resto, io lo so, Luca è un tipo poliedrico. Sa destreggiarsi tra le storie con un talento che è riuscito a mostrare solo in parte, fino ad ora.

Questa volta siamo nel mondo della pallavolo:

volleyIl pomeriggio in cui Vicky, undici anni, entra per caso nella palestra della sua nuova scuola, riceve quasi una pallonata in faccia. Senza pensarci troppo la ragazza fa un balzo indietro e colpisce la palla di cuoio con un bagher quasi perfetto. Le ragazze che stanno giocando attorno alla rete non hanno dubbi: Vicky è la candidata perfetta a entrare nella squadra di pallavolo della scuola, le Coccinelle. Così Vicky inizia gli allenamenti con le compagne e presto si ritrova in campo, perché il torneo delle scuole sta per cominciare. La prima squadra che le Coccinelle devono affrontare, purtroppo, sono proprio le Talent, le campionesse in carica. Vicky dovrà allenarsi parecchio. Nico, un ragazzo della squadra di basket dagli occhi verdi e l’aria misteriosa sembra l’allenatore ideale per insegnarle a saltare oltre la rete…

coccinelle

Le Coccinelle… ovvero le protagoniste di “Volley Star”.

Luca è un amico. So con quanta passione si dedica a questo lavoro che sa dare grandi soddisfazioni, ma anche grandi batoste. E siccome con lui mi piace un sacco chiacchierare, ho pensato che questa nuova pubblicazione costituisse la perfetta scusa per intavolare una bella conversazione riguardante la scrittura, l’editoria, la scrittura e i libri.
È una conversazione tutt’ora in corso, e infatti al posto di quattro chiacchiere, nel titolo dovrei scrivere quattromila…
Comunque… dicevo che la conversazione è ancora in corso e verrà postata sul blog a rate. La prima è oggi.

Se per caso, durante la lettura, vi vengono in mente dei quesiti, non esitate a farmeli presente, che vedrò di girarli all’Azzolini.

Per il momento, io ringrazio questo bravo autore, gli auguro tutta la fortuna del mondo e vi invito a seguirci.
Buona lettura!

Mr. Azzolini che fa la persona seria.

Mr. Azzolini che fa la persona seria.

Luca, ti definiresti scrittore, artista, narratore o cosa? E perché?
No, non mi definisco, evito proprio di farlo anche perché sono tutti termini troppo grandi. Mi piace scrivere, mi diverte, e l’ho sempre fatto fin da bambino. Prendevo una vecchia agenda e iniziavo a scriverci sopra racconti e storie, più che potevo, a volte le illustravo aggiungendo anche qualche disegno. Preferivo scrivere che giocare a calcio, è sempre stato così. Poi, verso i sedici o i diciassette anni, è diventata una passione più complessa. La scrittura non era più solo un gioco in cui dar sfogo alla fantasia, ma qualcosa di più. Nonostante questo non ha mai perso l’immediatezza di allora, e continuo a divertirmi ancora un sacco…

A parte il fatto che io quei famosi disegni vorrei proprio vederli,devo dirti che la tua risposta mi piace davvero. (Sì, sto facendo il lecchino, ma io a Luca gli voglio bbbene con tre b). Però… Però tu non sei l’unico, in Italia, a scrivere. Anzi. Perché, secondo te, in Italia si legge poco ma si scrive tanto? Siamo così egocentrici? E tu, quanto sei egocentrico? E la maggior parte degli scrittori che hai conosciuto?
Lo so che mi vuoi bbbene, anche se a volte mi spaventi terribilmente (come in questo caso). Perché si legge poco? Bella domanda. Credo per via di un insieme di fattori, in prevalenza sociali. Non credo si possa puntare il dito sull’offerta, quella c’è ed è ampia. Basta entrare in una qualsiasi libreria e puoi trovare di tutto. Ma bisogna metterci piede, bene inteso. Per questo non sono d’accordo con chi accusa l’editoria di puntare più al prodotto e meno alla qualità, mi chiedo dove vivano (se proprio, volendo, possiamo fare un ragionamento a livello di marketing, cioè: cosa viene promosso dagli editori, e cosa no. Ma questo è un altro discorso).

Se vuoi, trovi. E di tutto. Allora perché si legge poco? Perché per più di vent’anni ci siamo dovuti sorbire qui in Italia discorsi come “con la cultura non si mangia”. Grave. Gravissimo. Oltre che un pessimo modo per rappresentare l’arte, la letteratura e la nostra storia agli occhi del mondo, è stato anche un modo per avvilire il lavoro di tanti. Ne è seguito un (spesso voluto) impoverimento della scuola, un esaurirsi di volontà e di incontri col mondo della cultura (già ce n’erano poche di possibilità quando ero io ad andare a scuola, adesso è ancora peggio). E a una crisi generalizzata, sociale e morale, si accompagna un crollo di tutto ciò che è cultura, libri in primis.

Per chiudere col resto della tua domanda: gli scrittori hanno sempre avuto dei caratteri “particolari” (passami le virgolette). Ne abbiamo esempi incredibili, caratteri sfaccettati ed egocentrici. Io personalmente non so quanto sono egocentrico, non credo di esserlo moltissimo (ma un egocentrico forse non lo ammetterebbe, no?). Ecco, diciamo che non sono uno da bacheca Facebook perennemente aggiornata. Anzi, possono passare mesi prima che scriva qualcosa. Vado molto a istinto, a sentire e a momenti. Ecco, vedi, che ti dicevo delle stranezze di chi scrive?

Però non hai risposto alla parte relativa agli scrittori. Io posso anche dar ragione sulla tua spiegazione sull’impoverimento culturale, ma se uno manco riesce a leggere, perché scrive secondo te? Non è un controsenso? E’ come se un cantante non ascoltasse la musica…
No, hai ragione (sapevo di aver scordato qualcosa!). Chi scrive DEVE, DEVE, DEVE leggere. Le due cose sono strettamente legate. Leggere è l’A B C della scrittura. Sempre. Gli scrittori (o i sedicenti tali) che non leggono, forse non hanno capito che stanno facendo del male solo a loro stessi. Non si va da nessuna parte senza aver letto dei buoni libri, non si va da nessuna parte senza la costanza dello scrivere.

Ma mi rendo conto che ho saltato questo “vasto gruppo di sedicenti scrittori” nella risposta precedente perché alla fine dei conti non li considero tali nel senso stretto del termine. C’è sempre una base, in ogni ambiente, che tende al voler essere parte di un ambiente al quale aspira (scrittori, cantanti, artisti, ecc). Però c’è chi non ne ha le possibilità, chi non ne ha il tempo, chi non ne ha le capacità o il talento, ma ci provano lo stesso. Che sia egocentrismo? Può essere, ma ancora di più è la smania di voler apparire, di voler dire qualcosa, di volerci essere. C’è invece chi ha le possibilità e invece si butta via. Ecco. Questi, a mio avviso, sono i casi più gravi. Una cosa si fa seriamente o non si fa. “Fare o non fare. Non esiste provare.” Yoda docet. 😉

Beh, direi che tu hai fatto. Indubbiamente. Hai esordito con La Corte, che è un piccolo editore, e poi hai iniziato a pubblicare con Piemme. Inutile quindi girarci attorno, qui gli aspiranti autori vogliono sapere solo una cosa: come hai fatto ad arrivare alla big?
Il Fuoco della Fenice è il mio romanzo d’esordio, uscito per La Corte Editore nel 2009, e al quale sono ancora legatissimo. E’ stato proprio grazie a quel libro, prima ancora che fosse dato alle stampe, che entrai in contatto con una società che cercava un ghost per alcuni suoi titoli. Ho fatto una prova di scrittura, assieme ad altri autori, e sono stato scelto io. Il mio stile si adattava ai romanzi che volevano realizzare (tutti editi da Piemme, dal 2010 a oggi). Nello stesso periodo sviluppai con Francesco Falconi la storia di Evelyn Starr, che successivamente fece il giro di diversi editori per approdare ancora una volta in Piemme, che è senza ombra di dubbio la casa editrice che mi ha fatto crescere sotto molti aspetti. Tutti questi titoli – pensati, sviluppati, editati con cura – sono stati una palestra importante e una scuola incredibile. Ho lavorato a stretto contatto con editor che hanno un’esperienza decennale. Sì, sono stato fortunato, ecco tutto.

Vorresti quindi dirmi che il ‘fondoschiena’ ha un ruolo importante nell’arrivare dove ci si prefigge?
In parte. È un concatenarsi di eventi ai quali va però aggiunta la determinazione. Ci sono stati momenti difficili, e periodi in cui non si vedevano i frutti del tanto lavoro (Il Fuoco della Fenice, per esempio, è stato il quinto libro che ho scritto. Gli altri sono stati rifiutati e sono rimasti chiusi in un cassetto). Al talento di ognuno, quindi, vanno aggiunti determinazione, carattere e impegno. Ma a volte sì, si tratta anche di un fortuito colpo di “fondoschiena”, come dici tu. Pochi giorni fa ho ricevuto una telefonata che lo dimostra: uno dei miei romanzi in uscita proprio in questi giorni ha avuto delle prenotazioni molto alte in libreria, e si parla di farne una serie. Ecco, questo non era previsto. Non era una cosa messa a tavolino da nessuno. È stata fortuna, più un pizzico di intuizione da parte mia.

Wow! Hai quattro romanzi nel cassetto, quindi? E che storie erano? E se li guardi adesso riesci a trovare punti deboli? O magari pensi di poterli riprendere?
Ho quattro (vecchi) romanzi nel cassetto. Sono tutti finiti, ma non credo li proporrò né ai miei editori né ai miei agenti. Li ho scritti tra i diciotto e i venticinque anni, e da allora sono cambiate molte cose nel mio modo di scrivere. Per questo non credo li riprenderò in mano. La scrittura va avanti e cambia, come la vita, e ora mi interessa molto di più guardare avanti che voltarmi indietro.

Reverdito_LaReginaDelleSpadeDiSetaSe non mi sbaglio, però, La regina delle spade di seta era un vecchio progetto che hai ripreso, giustoE se sì, cos’aveva quella storia che queste altre quattro non hanno?
La regina delle spade di seta è un romanzo storico che ho scritto nell’arco di sette anni. Per molto tempo ho girato attorno a quell’idea nata tra 2006 e 2007, e sviluppata poi negli anni. Lo scrissi una prima volta, di getto, già fra 2008 e 2009. Però il risultato fu una prima bozza che non mi convinceva. La storia non era come l’avevo immaginata. Così, lo misi da parte per dedicarmi ad altri libri, tra cui Il Fuoco della Fenice, l’antologia Sanctuary; poi arrivarono i romanzi da ghostwriter e i due di Evelyn Starr. In tutto questo tempo, però, l’idea di riscrivere quel romanzo era sempre lì e non mi aveva mai abbandonato. Nel 2012 ci rimisi mano con una nuova consapevolezza di cosa volesse dire scrivere una storia come quella e, più in generale, di me. Il risultato fu semplice: buttarne una metà per riscrivere da capo l’intreccio, la trama e lo sviluppo dei personaggi. Quel romanzo non se n’era mai andato dalla mia mente, mi aveva accompagnato negli anni, per questo andava scritto.


*** FINE PRIMA PARTE ***

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7 pensieri su “Quattro chiacchiere con Luca Azzolini #1

  1. E poi?!
    No, scusa, ero presissima! 😉
    Scherzi a parte, molto belle le domande e devo dire molto belle pure le risposte, mi sono piaciute davvero! Grandi ragazzi, aspetto il seguito.

  2. Notavo anch’io questo enorme divario tra scrittori e lettori (ne ho parlato in relazione al Sud, ma il discorso vale un po’ ovunque). Mi domando: ma non è che, semplicemente, a scrivere si guadagna e a leggere no? (parlo in termini monetari, ovvio). È cinico, lo so, però potrebbe essere una chiave di lettura del fenomeno.

    • Maria, secondo me il problema è che la gente pensa di ottenere qualcosa scrivendo: sia questa cosa la fama, la ricchezza o che ne so. Però si ottiene molto poco.

  3. Esatto, Andrea. Spesso si pensa che scrivere sia ottenere un riconoscimento. Invece, scrivere E’ SCRIVERE. Lasciare una traccia di sé, di ciò che si voleva dire, di una storia che si voleva raccontare, sia che questa raggiunga un solo lettore o milioni. In troppi, invece, cercano successo spiccio. Non funziona così.

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