Derrumbe

Derrumbe mi ha inquietato.
Moltissimo.

O meglio. Derrumbe ha una prima parte che mi ha davvero, davvero inquietato.
Ha poi una seconda parte che continua ad essere inquietante ma che, leggendola, più che rabbrividire fisicamente ti fa rabbrividire cerebralmente.
Poi c’è una terza parte. Quella conclusiva. Che non mi ha fatto tremare ma che, in quanto padre, ha saputo darmi una previsione della tremarella che potrei provare in futuro.

Ora tento di essere più chiaro.

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“Qui si discute del male, pensò Manila. Stiamo discutendo del Male, con la maiuscola. Una delle parole più corte; uno dei viaggi più lunghi.”

Derrumbre non è un romanzo tradizionale. È piuttosto una storia costruita di frammenti. Non ha un vero e proprio continuum, ma vari flash che ti mostrano come sta procedendo la storia e questo, davvero, rende il tutto più crudo, e cupo, e spaventoso.

Ha una prima parte in cui si assiste alla vicenda di Manila, un poliziotto, e di un assassino a cui piace lasciare, accanto alle vittime, una scarpa della vittima precedente.
Si tratta di un killer davvero ‘satanico’ (non mi viene altra parola), perché sevizia, brutalizza, e non ha, apparentemente, un metodo. Né un motivo.

La seconda parte parla invece di un gruppo di ragazzi che, sempre nella stessa città del killer, si votano al terrore e compiono azioni terroristiche di varia natura a mo’ di accusa contro la società attuale.

Humberto pensò che non importava di cosa si diventasse soci e men che meno quanto costasse. Uno diventava socio di Universo tematico per dimenticare che non far parte di Universo tematico era un problema. Il problema non era la mancanza di denaro per pagare la quota di Universo tematico, il problema era non far parte di nessuna associazione privata, di nessun club esclusivo, di nessuna loggia cospirativa. (In realtà, si disse, non esistono persone che desiderano la libertà. Le persone creano vincoli con la massima rapidità possibile. È un modo, forse l’unico, per garantirsi l’immortalità.)

E la terza parte tira un po’ le fila dei due casi. E lo fa in maniera molto poco convenzionale, nel senso che, specialmente per quanto riguarda il secondo caso, si arriva a parlare ‘di altro’.

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L’insieme di queste cose risulta davvero angosciante, in alcuni tratti. Inquietante, come ho detto all’inizio.
Ma il punto focale è che ti ritrovi a pensare. Cosa che ogni buon libro, a ben vedere, dovrebbe portarti a fare.

Perché è un romanzo sul Male. Quello con la M più che maiuscola (come dice Manila). Quello che fa davvero paura.
Ed è inevitabile rapportare quanto si legge con quanto accade nella realtà. Ed è inevitabile pensare che molte persone, come i ragazzini terroristi, agiscano più per il terrore in sé che per un vero obiettivo. Perché se uno è contro la deriva presa dalla società attuale, dovrebbe cercare di cambiarla, non compiere azioni, a mio modo di vedere, senza senso.

Però…

La vita mi ha insegnato che è il bene ad aver bisogno di giustificazione. È il bene che necessità di un perché, una causa, un motivo. È il bene che, in realtà, rappresenta il più profondo degli enigmi.

Però il punto che forse più di tutti mi ha colpito, di questo Derrumbe, è la paternità che, anche se forse velatamente, è un tema centrale del romanzo.

Voi lo sapete, sono diventato papà da non moltissimo. Ed è stato impossibile, davvero impossibile, mentre ero immerso nella lettura, fare a meno di voltarmi, ogni tot pagine, a controllare mio figlio che dormiva. Perché il romanzo parla di una paternità rubata, ma anche di una paternità vissuta con angoscia, con paura del mondo circostante. Ma parla anche dell’adolescenza, e del fatto che i figli sono creature indipendenti, che crescono e un giorno faranno cose che potrebbero non piacerci, che potremmo non capire.
E forse li ameremo lo stesso. Forse no. Probabilmente sì, senza capirli. Rimanendone perfino inorriditi.

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Quindi, alla fine di questo mio ennesimo blaterare, cosa voglio dirvi?
Di leggerlo, questo Derrumbe.
Di fare attenzione, perché è particolare e pungente.
Ma di leggerlo.

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