La ladra di vento

Rebecca era una Pastorella di Nubi. Capelli neri, occhi di ghiaccio e pelle color della luna, era fatta di rugiada, frammenti di cielo e amorevole calore. Proprio per questo motivo, quando si tagliò la mano ne uscì nebbia. Lei borbottò qualcosa di incomprensibile in segno di protesta, ma non le restò altro da fare che leccarsi la ferita come un gatto. Era la decima che si procurava quel giorno. Le rocce su cui si stava arrampicando erano affilate come spade e lei, affaticata per il grande sforzo, stava perdendo la concentrazione.
Aveva già superato il Grande Bosco, attraversato il fiume delle Sirene e ora eccola lì, appesa a uno sperone del Monte in Piedi, così chiamato per l’incredibile pendenza che lo caratterizzava.
La giovane aveva lasciato il suo gregge di nuvole a pascolare tutto solo nel cielo più basso, appena oltre il Limite Invalicabile, sperando nella buona sorte e nell’assenza di temporali. I tuoni avrebbero spaventato le sue bestioline, facendole disperdere ai quattro venti.
Faceva freddo, a quell’altezza, tanto freddo, ma c’era abituata. Le dita però, erano rosse ed escoriate e ogni presa si faceva più difficile.
“Forza!” si disse per distrarsi. “Manca poco!”
E mancava davvero poco. La cima era molto vicina e, con essa, le Sorgenti del Vento.
Tobia era accasciato sul suo letto di paglia e piume. Se ne stava quasi completamente immobile, come sempre nell’ultimo periodo. La malattia l’aveva colpito all’improvviso e con forza, e ora si trovava in fin di vita. Stanco, svogliato e pensieroso, faceva fatica persino a girare la testa, e lui non voleva fare fatica, non più. Faceva fatica per bere. Faceva fatica per mangiare. Faticava perfino a prendere sonno, quindi preferiva evitare anche il più piccolo movimento.
C’era però una cosa che faceva: avere paura. Tobia aveva paura della morte perché, anche se stava per arrivare, non sapeva come sarebbe stata. Lui sapeva solo che Rebecca le sarebbe mancata molto. A dire il vero gli mancava già, anche se era solo da qualche giorno che non la vedeva.
L’aveva incontrata per la prima volta un pomeriggio di qualche anno prima. Lui era al pascolo con le sue pecore, come al solito, e stava quasi per appisolarsi all’ombra di un vecchio pino, circondato dal profumo di resina. Poi, qualcuno l’aveva sgridato! “Hey! Un buon pastore controlla SEMPRE il suo gregge!”
Il ragazzino si era ridestato di colpo, con la paura di essere stato scoperto dalla madre o dal padre ma, guardandosi attorno, non aveva visto nessuno.v “Forse è la mia coscienza.” sussurrò tra sé, ricordando la storia di Pinocchio, così cercò di tenere gli occhi ben aperti. Ma c’era l’ombra fresca, il canto ipnotico dei grilli, la nottata passata quasi in bianco per via del pianto del fratellino appena nato…
“Hey! Non hai capito quello che ti ho detto?” la voce tornò a farsi sentire, più decisa di prima.
Tobia si alzò e fece un giro su se stesso per scovare quell’invisibile osservatore che tanto si divertiva a riprenderlo. Anche gli sconosciuti si mettevano a sgridarlo, ora? Ancora una volta, però, non trovò nulla.
“Come pastore non vali molto.” riprese subito la voce. “Un buon pastore DEVE avere sempre gli occhi aperti e sapere ESATTAMENTE cosa circonda le sue bastie!”
Tobia era alquanto infastidito. Come si permetteva quella… quella voce? Chi era per fargli tutte quelle storie?
Corse attorno all’albero, poi corse attorno al gregge spaventando le povere pecore che presero a belare spaventate… niente! Niente di niente! Ma dove si nascondeva quella voce?
“Non sai vedere più in là del tuo naso. Anzi, non sai vedere più in SU del tuo naso!” Allora il ragazzo volse lo sguardo verso il cielo e, sospesa a qualche metro d’altezza, delicatamente adagiata su una piccola nuvola bianca come neve, stava una ragazza dal viso scarno e dai capelli neri che rideva divertita. Le mani le sorreggevano il mento e dallo sguardo si capiva che lo stava prendendo in giro. E si stava divertendo un mondo!
“Ecco, era ora!”
Rebecca era appena sotto la sorgente del Vento del Nord, uno tra i più forti che spirava su quelle terre.
Stando ben attenta a non cadere nel vuoto, infilò una mano nel suo zainetto e tentò di recuperare qualcosa. Non era un’operazione molto facile da fare a quell’altezza, ma dopo un po’ di tentennamenti le mani riuscirono ad afferrare il pezzo di stoffa che stava cercando. Si trattava di un grande sacco di Seta di Rugiada, filata direttamente dai Guardiani della luna.
La pastorella si spinse allora qualche passo più in alto. Puntò i piedi su delle estremità abbastanza lisce per avere le mani libere. Quando lasciò la presa, sul principio barcollò e rischiò di cadere, ma il suo grande senso dell’equilibro ebbe la meglio. Ora poteva aprire il sacco.
Rebecca lo sollevò, tenendo l’imboccatura ben aperta, e lo portò fin davanti alla sorgente del vento, un grosso buco nella roccia appena sopra la sua testa. La tela si gonfiò subito, con forza, e incominciò a scalpitare, come se ci fossero miriadi di cavalli intrappolati al suo interno. Lo tenne alzato il più a lungo che poté poi, quando le braccia iniziarono a fare male, lo chiuse di scatto e scese velocemente di qualche metro.
I muscoli le dolevano per l’incredibile sforzo e faticava a muovere le braccia. Tra le sue mani, però, la sacca si agitava feroce, bella piena, e tutto il resto era poco importante.
Se la allacciò alla vita, ben chiusa, e iniziò a scendere.
Dopo quel primo incontro, Tobia e Rebecca avevano passato molto tempo assieme.
Lei scivolava nel cielo, appena sopra la testa di lui, portando le sue nubi ai limiti dei pascoli consentiti. Lui le camminava appena sotto, facendo finta di tener d’occhio le sue pecore, quando in verità osservava i capelli neri dell’amica.
Le piaceva, ma non osava dirlo. In verità non era proprio sicuro che fosse Rebecca a piacergli, forse era più affascinato dalla sua natura di Pastore di Nubi, dal suo essere speciale! Stare lassù, nel cielo azzurro, poter vedere tutto dall’alto, sentire il vento in faccia e… volare! Probabilmente amava l’idea di essere lei.
Giocavano spesso a contare le pecore senza addormentarsi. Esercizio indispensabile per ogni buon guardiano. Lui però non aveva mai studiato molto, e quindi la conta richiedeva molto tempo e tanta vergogna. Lei, invece, contava usando dei numeri tutti suoi, mai sentiti prima, che forse si era inventata per prenderlo in giro, o che magari erano antichi come le nubi che cavalcava.
Altre volte giocavano invece a trovare le similitudini tra le nuvole e gli animali. In quelle occasioni Rebecca scendeva a terra, saltando dalla sua bianca cavalcatura e, stesisi l’uno vicino all’altra, con i capelli che si mischiavano nell’erba, respiravano i propri profumi e si mettevano a gridare: “Quella è una farfalla!”, “No, è un armadillo!”, “Macché armadillo, non sai nemmeno cosa sia un armadillo! E’ un bue muschiato!”, “Smettila di prendermi in giro!”, “Smettila tu! Sono io che faccio pascolare le nuvole, quindi saprò IO a cosa assomigliano!”. Finivano sempre col far finta di bisticciare, e tutta la luce del sole pareva splendesse solo per le loro risate.
Spesso, mentre Tobia giocava, le sue pecore ne approfittavano per mettersi a giocare a nascondino nei boschi. Trovarle tutte diventava ogni giorno più difficile, ma ogni attimo lo rendeva felice, molto felice, perché Rebecca era una sua amica, ed era lì.
“Ciao!”
Quella voce riportò Tobia alla realtà. Era squillante e decisa proprio come la prima volta che l’aveva udita.
“Ciao.” rispose lui, con parole affaticate. “Dove sei stata? Pensavo non ti avrei più rivista.”
“E invece eccomi!” Rise. “Forza! Usciamo!”
“No, non… non… lo sai che non posso…” Tobia accennò un sorriso. Rebecca voleva sempre fare cose che non si potevano fare.
“Ti trascino io!” e, senza lasciargli il tempo di replicare, gli prese con forza le gambe e si mise a tirarlo fino al prato dietro la sua baracca. Il cielo era coperto dalle chiazze bianche del gregge di lei.
“Sai che non mi piace più uscire.”
“Sì, ma non mi interessa. E poi volevo fare una cosa.”
“Una cosa?”
“Sì, una cosa.”
“Cosa?”
“Uffa! Che noioso!” lo sgridò, lasciando cadere le gambe per terra. “Ti ricordi quando mi dicevi che volevi provare a cavalcare la mia nuvola?”
“Sì. Te lo ripetevo di continuo. E ogni volta mi dicevi che non potevo. Peso troppo.”
“Esatto! Allora tu sospiravi e dicevi…”
“Vorrei tanto poter volare, anche una volta soltanto.” sussurrò osservando l’azzurro.
“Come fai tu…”
“Desiderio esaudito, mio caro Tobia!”
Rebecca girò l’amico a pancia in giù, così in fretta che lui quasi non se ne accorse, si slacciò il sacco dalla vita e glielo piazzò sotto la pancia, ancora bello chiuso.
“Salutami le mie ‘pecore’!” e tirò la corda che teneva il vento intrappolato nella stoffa d’argento. Questi si liberò con forza e prese a soffiare fuori dalla sua gabbia metallica, formando una colonna dritta verso il cielo.
In un batti baleno, Tobia si ritrovò sospeso in aria, le gambe e le braccia spalancate, il vento che gli schiaffeggiava le guance. Vedeva Rebecca qualche metro sotto di lui che piangeva e rideva allo stesso tempo. Avrebbe pianto anche lui, se tutta quell’aria non gli avesse ricacciato indietro le lacrime, perché quello era il suo desiderio più grande: poter volare!
Quando tutto il vento intrappolato nel sacco fu uscito, Tobia si ritrovò a terra, di nuovo. Rebecca gli teneva il viso. Le lacrime avevano lasciato scie d’oro sul volto lentigginoso, e il sorriso era ancora lì, splendente.
“Volevo farti un regalo.” disse.
“E’ stato il regalo più bello che abbia mai ricevuto.”
Si osservarono in silenzio, un silenzio speciale che racchiudeva molte parole.
A Rebecca scappò ancora di piangere, ma acciuffò un ultimo sorriso appena in tempo per nasconderlo.
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7 pensieri su “La ladra di vento

  1. Emy ha detto:

    Una pastorella di nubi amica di un pastore di pecore…che idea carina! La storia è molto dolce, e alla fine mi ha lasciata con un sorriso triste (un po' come quello della pastorella).
    Domani mi leggo anche Ragazzaocchidoro, promesso! ^_^

  2. Emy ha detto:

    Ma no…i racconti li leggo volentieri senza dover essere istigata, è per lasciare il commento che forse servirebbe la frusta xD
    Ieri però ho commentato, perché volevo far sapere che sono una di quelle “persone che si prendono qualche minuto per leggere qualcosa”.
    La promessa di leggere Ragazzaocchidoro era più verso di me, una specie di promemoria mentale per oggi (nessun obbligo, giuro!^^). Stavolta il racconto mi ha lasciata un po' perplessa, forse perché non mi aspettavo che la tua Vermiglia compiesse quel terribile gesto. Penso che le fiabe “attualizzate” non facciano per me 🙂

  3. unpiccolofioreneldeserto ha detto:

    Molto delicato, leggero ed evocativo! Una tenera fiaba. Uniche note di una pignola (ma sono distrazioni): “C’era però una cosa che face: avere paura”-> “faceVA”; “Lui sapeva solo che Rebecca le sarebbe mancata molto. A dire il vero le mancava già”-> “gli mancava”, visto che Tobia è un maschio e “si mischiavano nell’era”-> “erBa” 🙂

    • Andrea Storti ha detto:

      Grazie mille. Sei stata gentilissima a segnalarmi queste cose 🙂
      E sono felice che ti sia piaciuta, ovviamente.

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