Tanti auguri al Meleto #6

Ricomincia la settimana (SIGH!), ma ricomincia anche la festa per il quinto compleanno del blog (YEAH!).
E quale modo migliore per iniziare una settimana, se non quello di un ottimo consiglio libroso?
E se questo consiglio, poi, arriva da un ‘collega’ blogger che stimo moltissimo?
Già, oggi sarà un maschietto (e si sa, tra i lit blogger è difficile trovarne) che gestisce un blog che amo particolarmente. Sempre curatissimo, ricchissimo, con post intelligentissimi e scritti benissimo. sto parlando di Michele, di Mr. Ink: diario di una dipendenza.
Io ringrazio tantissimo Michele per aver donato al Meleto una recensione a cui tiene moltissimo, che tratta di un libro a cui è particolarmente legato. E di questo titolo ce ne parla sotto forma di lettera.
Dopo le sue parole io non vedo l’ora di avventurarmi tra le pagine di…
Caro Charlie,
ti scrivo. Non so ancora cosa, ma ti scrivo: tu stanne certo. Mi viene in mente, in questo momento, una vecchia e malinconica canzone di Lucio Dalla e, se non sapessi con certezza quasi matematica che tu non l’hai mai ascoltata, be’, allora te ne scriverei qualche rigo qui. Per ricordati, magari, una bella canzone e un momento bello; una canzone datata e un momento datato. Per tentare, ed inutilmente, di creare la stessa complicità che c’era – tra te, Patrick e Sam – quando, accucciati sui sedili posteriori della vostra macchina o stravaccati su una poltrona mangiata dalle tarme e da cicche di sigarette mai spente, parlavate degli Smiths e della vita, dei Nirvana e dell’amore, dei Beatles e del futuro. Soprattutto, te la scriverei per combattere il troppo bianco e riempire il troppo spazio vuoto. Essenzialmente, per rompere il ghiaccio. Fior di metafora, chiaro: è il venticinque Dicembre, ma il mio è stato un Natale senza neve e senza sprechi, senza regali costosi e senza botti. Fa caldo per essere pieno inverno e, seduto da solo al tavolo del salotto, a sei minuti dalla mezzanotte, sto benissimo, anche se ho la maglia del pigiama a rombi ficcata nei pantaloni, i calzettoni sfilacciati tirati fin sopra ai polpacci e percezioni sballate di cui faresti meglio, immagino, a non fidarti. Ci sono le pastorelle del mio presepe, però, a testimoniare che si sta caldi. Sono andate a ballare, pensa un po’.
Al muro non c’è una palla da discoteca tutta luccicante, ma un poster dozzinale, e con le cicatrici incancellabili del nastro adesivo, che dovrebbe rappresentare una piccola e innevata Betlemme: uno sfondo di carta blu sotto cui, io e mio fratello, con la solerzia che non avevamo da bambini e con la mancata immaginazione che abbiamo perso da adolescenti, abbiamo sistemato foreste di muschio più alte delle statuine stesse, capanna, mangiatoia e immancabile Sacra Famiglia, completa di affettuosi animali domestici al seguito – bue e asinello.
E le famose pastorelle, ovvio, che, prima che i Re Magi arrivino a guastare i loro piani di giovani ribelli, con i loro panieri di plastica, le loro pecorelle imbalsamate appresso e i vestiti a fiori dipinti a mano, si scatenano. Le loro ombre si spostano a scatti, sembrano ballare. Il telecomandino per regolare le illuminazioni è sparito chissà dove, sotto la tovaglia lunga fino al pavimento, e le lucine dorate arrampicate sul tetto della capanna imbiancata da una neve che è di borotalco (è di borotalco davvero, avevamo finito quella finta!) fanno il comodo loro. E’ l’anarchia. Si sono stabilizzate, adesso, su un motivo molto sobrio che – facendole accendersi e spegnersi, facendelo fare tuz, tuz, tuz… – ricorda una discoteca invasa da flash stroboscopici, che, a loro volta, mi ricordano perché – perché, perché e perché! – io detesti profondamente e sinceramente le discoteche. Le pastorelle sono state al veglione di Natale, e io sono stato in compagnia tua. Che mi hai parlato attraverso un libro. Qualcuno direbbe che delle statuine inanimate hanno avuto una serata più eccitante della mia, ma quel qualcuno è, tra tante cose brutte brutte che non voglio dire con il bambino Gesù da poco in casa, un vero bugiardo. Io non lo sono ed è per questo che ti rivelo due cose: perché non sono un bugiardo e perché tu, Charlie, sei mio amico. Numero uno: è stata Wikipedia a dirmi che Gesù è nato a Betlemme e non a Nazaret; ma la colpa è tutta di Zeffirelli e di quel suo film da titolo tremendamente ingannevole. Numero due: sempre Wikipedia mi ha detto che Caro amico ti scrivo la cantava Lucio Dalla e non Antonello Venditti, e capirai che per me è stata una rivelazione. Ha riscritto la storia di questa lettera. Se il pezzo che avevo in mente fosse stato di quell’incubo ambulante dai vibrati caprini che ha segnato le notti in bianco di generazioni di maturandi, non l’avrei nominato nemmeno di striscio e, di conseguenza, non avrei avuto il mio inizio. Non fa una piega, no? E poi tu sai che gli inizi sono la cosa più importante. Gli inizi e gli arrivi. Ma io mi sono perso, in mezzo a queste ghirlande sintetiche di pensieri ingarbugliati, e ho il presentimento che potrei non arrivare mai. Ti ho conosciuto un anno fa: l’ultima notte del mondo. I Maya lo avevano predetto, Giacobbo lo aveva scritto, Mistero ne aveva parlato e io, fino al giorno prima, c’avevo beatamente riso sopra. Poi le luci avevano cominciato a tremolare, le porte a sbattere e il cielo, fuori, a scatenarsi, con tuoni fragorosi e una conciliante pioggia da Antico Testamento. Nell’ipotesi lontanissima che tutto si fosse rivelato vero, avrei sprecato l’ultima sera vestito del mio vecchio pigiama e delle mie nuove paranoie. Stupido. Deprimente. La mia scelta, allora, ricadde su un film in lingua originale, praticamente sconosciuto, la cui uscita, in Italia, era prevista per l’anno successivo. Avrei potuto vedere, almeno, uno spicchio di futuro. Si chiamava The Perks of Being a Wallflower, quel film, e parlava proprio di te. Ti piacciono i bei film e le belle canzoni e qualcosa mi dice che anche il tuo film ti andrebbe a genio. Ora respira. Niente panico. Cal-ma. Sì, hanno violato un tantino la tua privacy, e sì, le tue lettere non sono arrivate, alla fine, alla destinazione desiderata, ma io voglio essere egoista e voglio urlarti, a squarciagola, che non importa. Lunga vita ai postini inseguiti dai cani e alle buche delle lettere invertite per errore, lunga vita ai disastri poco splendidi e ai ritardi poco eleganti delle poste di tutto il pianeta Terra, lunga vita a Stephen Chbosky, al suo cognome orribile e alle sue mani che sanno fare miracoli. Lunga vita a te, amico mio. In tuo onore, religiosamente, alzo la mia tazza di ceramica, manco fosse il Sacro Graal, e mi schizzo tutto di camomilla. Bleah, sembra pure pipì! Noi siamo infinito è stata la mia storia da fine del mondo; sin dal primo istante, sin dall’anno scorso. Quella che mi ha fatto compagnia, curando la malattia più grave di cui il cuore di quel ragazzo sveglio nel mezzo della notte potesse soffrire: la solitudine. Leggerti ha significato scoprire una perla di inestimabile valore nascosta nella cassetta delle lettere, tra le cartoline natalizie, i volantini dei discount a buon mercato e gli immancabili opuscoli dei testimoni di Geova. Fare un regalo a sé stessi, alla vita. E io mi ti sono regalato. Quando ero arrabbiato con tutti, e non volevo incontrare nessuno di mia conoscenza con cui scambiare chiacchiere piene di auguri e d’ipocrisia, e avevo venti euro – nel portafoglio – e poco altro. Quando ho capito che era arrivato il momento di venire a bussare alla tua porta e di vederti lì, sull’uscio, calmo, sereno, con gli occhi pieni di pace – perché ho sentito che sei uno che ascolta e che capisce e perché, alle feste, non cerchi di portarti a letto le persone, anche se potresti.
Chissà che faccia avresti, chissà che faccia avrei, chissà che faccia avremmo. Io sento che ti riconoscerei, anche se tu avessi un viso diverso da quello del bravo Logan Lerman e la Sam accanto a te non fosse quell’incanto di Emma Watson. E tu… tu mi riconosceresti? Io ho un’idea assurda, un’idea fissa: lettera dopo lettera, ricordo dopo ricordo, tu ti stavi rivolgendo a me. E per tutto il tempo. Io lo so. Io ci spero. Perché tu scrivevi a me, giusto? Ho bisogno che tu mi menta. Ho bisogno che tu mi dica di sì.
Perciò, anche se l’ultima volta che ho scritto una lettera è stato per un tema di quinta elementare, consegnato a un maestro di scuola decisamente meno ispirato del tuo signor Anderson, io voglio inviarti una risposta. E la cosa è stranissima, perché il Charlie di cui ho letto aveva sedici anni e, all’inizio degli anni ’90, cominciava il primo anno di liceo. Ma il me stesso di adesso, che di anni ne ha quasi venti e il liceo l’ha già finito a luglio, in quegli anni viveva giusto nella mente dei suoi genitori e in “banchi” di disgustosi spermatozoi tra cui, nella corsa più importante, alla fine, sono arrivato primo. Sono più grande e più piccolo di te. Dunque, tu potresti perfettamente essere il mio fratellino minore e, allo stesso tempo… che ne so… mio padre, se, nei tuoi primi goffi e precoci approcci sessuali sul divano rosso di Mary Elizabeth, non avessi usato le giuste precauzioni. Ti saresti potuto ritrovare con la gonorrea, o con un figlio della mia età a carico: addirittura con entrambe le cose. Tuo nonno ti avrebbe insultato, i tuoi ti avrebbero messo in punizione, tua sorella – in lacrime – avrebbe ricordato il piccolo segreto tra voi e quella volta in cui dormì sotto un plaid, sul sedile posteriore della tua macchina, Patrick avrebbe riso. Oh, sì, Patrick avrebbe riso senza più smettere. Sam, invece, ti avrebbe sorriso, confidando nelle tue doti di giovane padre e nel tuo grande cuore di essere umano, immaginando, in silenzio, l’amore che quel bambino avrebbe ricevuto e gli occhi che avrebbe avuto se quel neonato fosse stato, in fondo, il vostro. Io ti avrei voluto come compagno di banco, non come genitore: ci saremmo conosciuti in un laboratorio di cuori solitari e ulcerati, anime affrante e orologi di legno e, in una mensa piena di estranei, ci saremmo seduti nel tavolo più isolato di tutti, io con i miei pensieri e tu con i tuoi. Senza disturbarci, ma facendoci compagnia. Per il bisogno di sentirsi vicini e di fare da tappezzeria, insieme. Entrambi con l’abitudine di scrivere tanto e di parlare poco, di sedersi a ginocchia strette e con le mani sempre in tasca, di non intervenire a lezione per paura di attirare qualche attenzione di troppo, di cantare in playback con le cuffiette premute nelle orecchie, di voler essere scrittori anche senza una storia da scrivere, di trovare un’occasione buona per vestirsi tutti eleganti, di andare a feste in cui fare da reggimoccolo alle coppiette innamorate di turno e stare seduti su un divano pieno di gente che pomicia è il massimo dell’aspirazione. Seriamente. Tu sei stato nella mia testa e io sono stato nella tua.
Hai rubato i miei pensieri tristi e le mie ansie, i miei complessi di inferiorità e i miei timori e, qualche volta, quelle tue parole messe così, nero su bianco, facevano un rumore familiare, che ricordava quello dei miei pensieri inespressi e delle mie emozioni difettose. Come se milioni di telecamere a circuito chiuso, puntate nella mia piccola stanza e sul mio piccolo mondo, avessero carpito le ingenuità, l’intensità e la fragilità del mio sentirmi adolescente. Come se tu fossi me stesso. Ci siamo voluti bene, Charlie. E tu mi hai insegnato a volermi ancora bene, e meglio di prima. Nelle tue lettere c’ero io, insieme agli amici folli ed altruisti che desidero da sempre, e all’amore che penserei, un giorno, di meritare. C’erano sofferenze che ispiravano trionfi, valori e sentimenti, musica, immagini, poesia vera. Grandi persone, con dolori annessi, e grandi emozioni, con lacrime amare e sorrisi aspri racchiusi nella stessa pagina. Io odio i punti esclamativi, ma questa lettera dovrebbe esserne piena, per ricordarmi di tutte le volte in cui mi hai fatto ridere di cuore, imbarazzare, alterare; per ricordarmi quanto, quanto e quanto ti abbia invidiato i baci della delicata Sam, gli abbracci improvvisi del simpaticissimo Patrick, la voce ruvida di David Bowie, percepita per la prima volta nelle casse dell’autoradio, e quella sensazione di essere eroi, anche se per un giorno soltanto. Con il mondo ai tuoi piedi, le tue persone preferite accanto e l’infinito ad un passo, alla fine del tunnel. Io odio anche i puntini di sospensione, ma questa lettera dovrebbe essere piena zeppa anche di quelli lì, per le mille volte in cui mi hai lasciato affranto e svuotato. Tra l’altro, io odio ancora di più le pubbliche manifestazioni d’affetto, ma credimi quando dico che ho voluto più bene a te, per un giorno, che ai miei parenti, per tutta la vita. E adesso non vorrei lasciarti andare più via. Insieme alla tua storia, il mio libraio mi ha dato un taccuino verde pieno di adesivi, con frasi che non avresti mai immaginato, da giovane, potessero rappresentare tanti ragazzi da parete come noi. Ho provato a scrivere questa stramba lettera sul taccuino, ma con una di quelle penne cancellabili delle elementari, che pensavo francamente non avrei usato più in questa vita. L’ho usata eccome, invece. Ho cancellato tutto quello che avevo buttato giù. Da ordinata e tondeggiante, la mia grafia sarebbe diventata obesa, insolente, indisciplinata. Voleva evitare di raccontare la cronaca del nostro inevitabile addio; diventare qualcosa che è simile all’infinito verso cui, ti prometto, mirerò. Ma, come diresti tu, suppongo sia OK. Suppongo sia tutto. Smetto di scriverti che è ormai un nuovo giorno. La camomilla è fredda; il mio stomaco brontola; i miei occhi si chiudono, stanchissimi. Stacco le luci psichedeliche del mio presepe e l’ombra danzerina delle pastorelle muore, nel buio. Alla prossima festa, ballerò io. Lo giuro.
Sempre con affetto,
M.
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3 pensieri su “Tanti auguri al Meleto #6

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