Tanti auguri al Meleto #5

Venerdì.
Oggi finisce la mia settimana lavorativa ma non si concludono i festeggiamenti per i 5 anni del blog. certo, sabato e domenica ci sarà una pausa, ma lunedì ci ritroveremo qui per continuare a scartare regali che editori, blogger e scrittori hanno fatto al Meleto.
Prima della pausa, però, non potevo proprio fare a meno di regalarvi un’altra ‘chicca’.
Questa volta il regalo ce lo fa Marcos Y Marcos, editore che come sapete amo molto, che ci permette di leggere in super anteprima l’incipit del nuovo romanzo di Ricardo Menéndez Salmòn, autore già conosciuto per i suoi L’offesa, Gridare, Derrumbe e Il Correttore.
Il nuovo titolo, tradotto da Claudia Tarolo, uscirà l’8 maggio e promette grandi cose. Ha una trama che mi incuriosisce moltissimo, una copertina davvero stupenda e un titolo mozzafiato. E poi c’è la bellezza. E alla bellezza non so resistere.
“Non ci sono oracoli per l’amore. Non ci sono profeti. Non ci sono parole sacre. L’amore accade, come il mare o le meteore. L’amore è un fenomeno siderale; l’amore è una pugnalata nella schiena; l’amore è.”

Adriano De Robertis guarda dritto negli occhi il futuro papa: mettendo la barba alla madonna che gli ha commissionato, grida la sua ribellione contro la Chiesa. Mark Rothko è convinto che gli occhi gli si consumeranno a furia di guardare, e sputa sulla censura del mercato quando scioglie clamorosamente il contratto per affrescare un’intera sala del ristorante Four Season, la commissione più lucrosa mai assegnata a un pittore astratto.
Vsévolod Semiasin, ridotto a mangiarsi le sue tele, si decide a raccontare alla stampa cos’è accaduto durante il suo incontro con Stalin: un uomo vestito da contadino, un corpo che emana una forza evidente, che cambia la temperatura delle cose. “Non mi piacciono i pittori” gli ha detto. “In Russia i pittori, a eccezione degli illustratori, non hanno futuro”.
E Bocanegra è lo scrittore che, quando la sua vita personale sembra crollargli addosso, decide di scrivere questo libro, La luce è più antica dell’amore; raccontando la storia di tre grandissimi pittori, uno reale e gli altri sognati, percorre con loro il sentiero tra gli abissi che conduce alla bellezza, l’unica consolazione possibile.

“In questo libro, tutto conduce implacabilmente alla bellezza. Non a una bellezza ideale, immacolata e inalterabile. A una bellezza sensibile.” Ernesto Ayala-Dip, El País
Quindi io ringrazio moltissimo gli amici di Marcos Y Marcos per il loro prezioso e graditissimo dono, vi invito a leggere questo incipit e a fiondarvi in libreria l’8 maggio. Poi ci ritroveremo qui a parlare insieme della lettura ultimata.

Tenendo a freno la sua cavalcatura, un impetuoso baio spagnolo, Pierre Roger de Beaufort posa il piede a terra lamentandosi del maltempo. Colpisce sentire come impreca in latino purissimo e cristallino uno degli uomini più potenti della cristianità, soprattutto se si considera che questo servo di Dio ha a malapena vent’anni. Per quanto, in effetti, la recriminazione del cardinale diacono, il futuro Gregorio XI, non sembri fuori luogo, perché piove senza sosta da due settimane, e per la precisione da quando De Robertis si è chiuso nella torre dell’omaggio del castello di Sansepolcro per completare la sua ultima opera.
Beaufort porge a un servitore le briglie del suo cavallo con mano abituata a concedere e a togliere. È la mano di un principe della Chiesa, organo di consacrazione e condanna, sineddoche del proposito ecumenico che rappresenta, mano che nel futuro verrà ricordata nei libri di testo come quella dell’ultimo francese che custodì tra i mortali le chiavi del Cielo.
Intanto, sopra la parete nord della torre dell’omaggio del castello di Sansepolcro, come un’offerta incisa in un blocco di pietra, altre mani, quelle di De Robertis, hanno concluso l’affresco che, pur occupando pochi metri quadrati, minaccia di far crollare un antico mondo di principi.
Ai piedi della pittura, tracce di un lavoro umile ma imperituro, si vedono frammenti di intonaco, raspi d’uva, noccioli di ciliegia, sandali sformati, un’anfora di olio greco che stilla lacrime profumate.
Eccola qui – irrispettosa, blasfema, inquietante – la ragione che ha fatto balzare Beaufort su un cavallo veloce, focoso, per cavalcare da Firenze con una rimostranza sovrana sulle labbra e un decreto di scomunica redatto su pergamena. Eccola qui, irrispettosa, ma anche seducente; blasfema, certo, ma illuminante; inquietante, senza dubbio, ma al contempo indimenticabile: la Vergine barbuta di Adriano De Robertis, che sfidava Beaufort dal mistero dei suoi occhi schivi, nascosti sotto palpebre gonfie e dolenti, palpebre di fantasma o di resuscitata, antesignane di quelle che un secolo dopo un compatriota del cardinale diacono, di nome Jean Fouquet, regalerà alla sua Vergine del Dittico di Melun.
L’ovale che Beaufort contempla è di una bellezza sfrontata, nonostante la barba riccia e color cenere che nasconde la sua parte inferiore. Beaufort freme di rabbia e nello stesso tempo si domanda da quale corpo nato per la corruzione e la tomba ha potuto trarre De Robertis una simile esplosione di bellezza.

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