Intervista a Donatella Di Pietrantonio

Qualche giorno fa vi ho parlato di un libro uscito da poco che mi ha conquistato. Parlo di Bella mia, di Donatella di Pietrantonio, Elliot Edizioni.

E’ un libro che mi ha davvero toccato il cuore e che non smetterò di consigliare a destra e a manca. Ed è quindi per me un grande onore poter ospitare qui, sul Meleto, l’autrice.
Ci siamo scambiati qualche chiacchiera dopo la lettura, e qui sotto trovate il risultato.

Buona lettura e… ancora grazie infinite all’autrice.

1. Mi piacerebbe iniziare parlando della protagonista. Anzi, vorrei partire proprio dal suo nome. Se non ho contato male, compare solo due volte nel libro. Come mai? E’ voluto? E’ un modo per rimarcare la ‘superiorità’ di Olivia (nome che invece compare moltissimo), la sorella ‘perfetta?

Caterina parla in prima persona, anche per questo il suo nome compare così poco. Di solito un io narrante non si nomina spesso, a meno che non sia affetto da patologico narcisismo. Invece pronuncia mille volte Olivia, la sorella già ampiamente idealizzata in vita e ancora di più dopo la prematura scomparsa. Parliamo comunque di una protagonista schiva, poco incline a occupare il centro della scena, con forti vissuti di inadeguatezza. La superiorità di Olivia è soprattutto percepita tale dalla sorella che a un certo punto si definisce “gemella minore”.
2. Per tutto il libro ho come avuto l’impressione che Caterina non veda il suo rapporto con Marco come una maternità. Lei precisa più volte di non voler essere madre, e inoltre pensa che il non amore che spesso prova per Marco sia sintomo del suo non essere madre. Però, secondo me, il non amore lo provano pure i genitori e, anzi, tutto quello che lei fa lo fanno pure le madri. Non trova?
Caterina ha scelto consapevolmente di non vivere l’esperienza della maternità, non si è mai creduta in grado di provvedere a un altro, si sente appena la forza di stare in piedi da sola. Anzi, finché Olivia è stata in vita, si è molto appoggiata a lei, in apparenza così potente. Ma la morte della sorella la chiama a occuparsi del nipote semiorfano e nonostante la difficoltà del compito, Caterina arriva giorno per giorno a sviluppare nei confronti di Marco una capacità di contenimento uguale a quella di una madre.
3. E secondo lei, Marco cosa prova nei confronti di Caterina? A volte mi pare che lui ci veda molto una madre. Altre la tratta quasi più da sorella.
Caterina rappresenta per Marco una madre di scorta; insieme alla nonna lei cerca, come può, di essere sostitutiva e restitutiva del ruolo materno. Ma il ragazzo intuisce le difficoltà della zia nei suoi confronti e a volte, è vero, la tratta un po’ da pari, anche con una specie di pietà per quell’annaspare continuo.
4. Altro grande protagonista, purtroppo, è il terremoto del 2009. Mi ha colpito che questo terribile avvenimento sia servito a Caterina per scoprirsi di più, per capire meglio chi lei sia, ora che non c’è più la gemella. Crede sia una cosa comune tra i sopravvissuti? Il diventare più forti, intendo. E non c’è il rischio che invece succeda il contrario, e cioè che uno si lasci abbattere del tutto, da un evento così catastrofico?
Entrambe le reazioni sono possibili. C’è chi riesce a trovare dentro di sé risorse prima ignorate, nella “normalità” della vita. E c’è chi soccombe sotto il peso della perdita, del lutto, della normalità sconvolta, appunto. I comportamenti umani dopo una catastrofe sono difficilmente predicibili. Nel libro un personaggio minore, una donna, racconta la follia che il terremoto le ha portato.
5. Nel libro c’è una frase che, confesso, mi ha molto inquietato. Riguarda i ‘villaggi’ costruiti proprio per dare ospitalità a chi ha perso la propria casa: “Quando ti hanno assegnato questa baracca di lusso si aspettavano proprio che ti abituavi e smettevi di insistere per ricostruire la città.” Quanta verità c’è in quest’affermazione? A me ha messo i brividi. E com’è la ricostruzione de L’Aquila, ad oggi?
Le case delle 19 new town sono costate troppo per essere provvisorie e nello stesso tempo sono del tutto inadeguate come alloggi definitivi. Ma intanto la sistemazione a lungo termine degli sfollati in questi quartieri artificiali ha prodotto il disgregarsi del tessuto collettivo della città, la frammentazione e la dispersione delle relazioni vicinali, parentali, tra gli abitanti.
La ricostruzione per adesso sembra partita solo lungo gli assi della città, ma nelle zone più interne del centro storico stenta a decollare. Oggi L’Aquila è una giovane Pompei, ancora tutta ingessata e transennata.
6. Posso chiederle quanto c’è di personale, in questo libro? So che lei è abruzzese, e quindi mi chiedevo quanta parte del romanzo nasce da storie che lei ha vissuto e sentito davvero, dopo il 2009, e quanto invece sia narrativa.
Di storie vere ne ho sentite tante, ma non c’è niente di mio personale nella trama del romanzo, c’è il mio amore per L’Aquila, dove ho compiuto gli studi universitari. Una città bellissima, con una densità di monumenti paragonabile a quella di Siena. C’è soprattutto l’urgenza di raccontare la perdita, il dolore, e la possibilità tutta umana di trasformarlo in qualcosa di funzionale alla vita.
7. Lo dico anche nel mio commento al libro: la tua scrittura sembra estremamente attenta alle parole usate. Curata nei dettagli. Quanto tempo è durata la stesura e come nasce e come si è evoluto questo romanzo?
Ho lavorato un anno su un’idea che ho poi abbandonato in gran parte, in favore di una struttura più agile e versatile. Poi c’è voluto un altro anno e poi ancora diversi mesi per l’editing. E’ vero che tengo molto al peso delle parole, come anche alle pause, ai silenzi, agli alti e bassi del ritmo. Cerco di attenermi a una specie di realismo poetico.

8. Com’è stato affrontare una nuova sfida letteraria dopo il successo di critica di Mia madre è un fiume? E’ cambiato qualcosa nel suo modo di affrontare una storia?
Prima scrivevo solo per me e pochi intimi, ora scrivo pensando anche a un potenziale lettore. Provo ad accoglierlo sulla pagina, come farei se venisse a trovarmi a casa. Così rinuncio più facilmente a certi piccoli egoismi di scrittura, a qualche compiacimento superfluo.

9. Concludo con una domanda classica, perché io son sempre curioso quando si parla di un autore che mi ha particolarmente colpito. Sta già lavorando a un nuovo romanzo?
No, è troppo presto. Quando hai appena partorito e devi ancora togliere i punti, non pensi a un’altra gravidanza. Occorre un po’ di tempo per ritirare gli investimenti emotivi dal testo che hai appena dato alla luce. Ho solo qualche idea, ma così vaga e nebulosa.
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