Bella mia

L’Aquila bella mia.
L’Aquila che c’era in un modo, e ora c’è in un altro. E quel vecchio modo sembra difficile da recuperare.
L’Aquila e i suoi dintorni, che sono simboli della devastazione. Che sono simboli di anime distrutte.
L’Aquila e i suoi dintorni e le anime distrutte si trovano in questo libro.
Un testo struggente e bellissimo.

La storia di una donna che si ritrova a improvvisarsi madre, nonostante quell’idea di sé fosse stata abbandonata da tempo, con un adolescente taciturno e scontroso. E ciò che succede alla protagonista e io narrante di questo romanzo, quando la sorella gemella, che sembrava predestinata alla fortuna, rimane vittima del terremoto de L’Aquila. Il figlio Marco viene affidato in un primo tempo al padre, che però non sa come occuparsene. Prendersi cura del ragazzo spetta dunque a lei e alla madre anziana, trasferite nelle C.A.S.E. provvisorie del dopo-sisma. Da allora il tempo trascorre in un lento e tortuoso processo di adattamento reciproco, durante il quale ognuno deve affrontare il trauma del presente, facendo i conti con il passato. Ed è proprio nella nostalgia dei ricordi, nei piccoli gesti gentili o nelle attenzioni di un uomo speciale, che può nascondersi l’occasione di una possibile rinascita.

Ho letto in giro che Bella mia è un romanzo sulla distruzione e, specialmente, sulla ricostruzione.
Vero. E’ così.
In Bella mia è impossibile non respirare un’aria che sa di nostalgia, che sa di radici profondamente ancorate a una terra che, improvvisamente, è stata deturpata da una catastrofe. E’ impossibile non perdersi tra i vicoli della zona rossa, dove le facciate cadono a pezzi e dove non ci si potrebbe intrufolare, ma lo si fa lo stesso perché la maggior parte dei pezzi del proprio cuore è in quelle case transennate.
Il cuore. Come le porcellane nelle credenze, anche il cuore è caduto in pezzi, nel bel mezzo di quelle scosse di terremoto del 2009. I suoi frammenti rossi coprono il centro storico e hanno cambiato la vita. Hanno cambiato le vite.
Leggendo questo libro si respira almeno un poco quella che è diventata quotidianità, in Abruzzo. La nuova quotidianità. La vita in villaggi costruiti per far dimenticare il centro cittadino, ma in cui la gente vive a metà, perché sa di non essere a casa. La vera casa. Perché il cuore è ancora a pezzi.

“Nel campo eravamo deportati di lusso, venivano cuochi famosi a cucinare per il nostro scarso appetito e i politici a visitarci, con i vestiti sportivi adatti alla circostanza e le facce atteggiate a solidarietà. Le telecamere li filmavano sullo sfondo blu delle tende mentre prendevano impegni per una pronta rinascita dell’intera area colpita dal sisma e lodavano il coraggio e la dignità della popolazione così duramente provata. Me ne andavo a camminare fuori, per non ascoltarli, o me ne stavo nella branda. La sera spettacoli e concerti per noi, tutti gratuiti. Non avevamo molta voglia, la maggiorparte del pubblico veniva dal altrove. Grazie al terremoto sono scesi alle nostre latitudini personaggi che mai avrebbero pensato di esibirsi a L’Aquila, ma nessuno pernottava, poi. Rientravano a Roma, al riparo dalle scosse continue e dai disagi.”

“Stanchi di aspettare la ricostruzione, alcuni confessano che vogliono rimanere a Coppito tre per sempre, ormai sono assuefatti a questa periferia artificiale, alla mancanza di servizi
[…]
“Quando ti hanno assegnato questa baracca di lusso si aspettavano proprio che ti abituavi e smettevi di insistere per ricostruire la città.””

Ma però c’è la voglia di ricominciare, di riprendere. Di superare, in qualche modo, un periodo che definire difficile sarebbe limitativo. Quindi c’è speranza che si trasforma in concretezza e, qualche volta, in contentezza.
Sì. Bella mia è un romanzo di distruzione e ricostruzione. Anche se la ricostruzione rimane più spirituale che edilizia. Ma questo è un altro discorso, che dovrebbe essere fatto e ascoltato in altre sedi.
Però.
Però non è tutto qui.

Mi sembra estremamente limitativo confinare un romanzo così denso e potente come Bella mia al terremoto e a quello che ne è conseguito, sia fisicamente che psicologicamente che spiritualmente. Perché poi il rischio è questo. Di sminuire quanto è stato scritto in queste pagine.
Certo, il terremoto è centrale, ma non è solo di questo che Donatella Di Pietrantonio scrive.
Anzi.

Anzi.
Bella mia è un grande romanzo sulla maternità. Una maternità capitata per caso. Una maternità di cui non si sentiva la necessità. Una maternità che la protagonista non vuole, non voleva e pensa di non volere mai. Eppure, il nipote adolescente che le piomba in casa questo fa: crea una famiglia. Con tutte le gioie e i dolori che ci vanno dietro.
Caterina, la voce narrante, non sa di essere diventata una mamma, secondo me. Crede che quel rapporto non sia un rapporto genitore-figlio. E infatti non lo è del tutto, ma lo è abbastanza.
Spesso Caterina prova una sensazione di non-amore, quasi di risentimento per quel capellone che lascia le scarpe in giro per casa e che combina bravate e guai. Di frequente Marco è solo sorgente di ricordi più felici, o comunque distanti.
Ma c’è una cosa che Caterina non sa, e cioè che un figlio proprio questo è: ricordi e amore (certo, amore), ma anche tanto non-amore.
E’ una maternità particolare. Non c’è dubbio. Ma c’è. E’ forte. E contribuisce alla rinascita.

“Non è mio figlio. Marco e io non ci apparteniamo. E’ se una gemella doveva morire, non ho voluto essere io la superstite. la lotteria del terremoto ha estratto a caso e li ha spaiati, Olivia e la sua creatura. Ha salvato me, e a volte ho nostalgia della fine che mi è stata negata. Non sono madre, lui non è frutto di questo ventre magro. E un altro, nato da un’altra quasi uguale a me. Io non lo amo, spesso non lo amo, quando rientro a casa e annuso la sua presenza sento subito un disagio nello stomaco e poi cado sotto gli spari dei suoi occhi. Mi spaventa, come l’enormità del mio compito. Dovrei essergli mamma  di scorta. Invece sono ancora la supplente di prima nomina incapace di affrontare la classe turbolenta.”

E’ anche un romanzo sull’imparare a contare su se stessi.
Perché la protagonista era abituata ad appoggiarsi alla gemella. Ma ora la gemella non c’è più, e lei che era la meno sicura delle due, la più introversa, deve farsi carico di madre, ricostruzione e nipote adolescente.
Il terremoto le ha completamente stravolto la vita e l’ha messa di fronte a delle verità che forse prima non era in grado di vedere. O comunque non voleva farlo. Ma ora…
Ora deve imparare ad accettarsi, a conoscersi e a evolversi.

“Non reggo uno stato di benessere duraturo, da sempre cerco un male o una colpa che mi consumi. Ne ho bisogno, per sapermi al mondo. Non sono capace di felicità, ma trascorro a volte momenti di insopportabile grazia.”

Poco tempo fa ho letto Gli innamoramenti. Ecco, Bella mia me l’ha ricordato, perché nel romanzo di Marìas si parlava del fatto che quando muore qualcuno, la vita finisce per Quel qualcuno, non per te.
Ecco, questo è un punto focale del libro della Di Pietrantonio, perché i protagonisti di questa storia devono riuscire a capire proprio l’idea enunciata nel libro dello scrittore spagnolo. Devono capire che la vita, per loro, continua.
Non è facile. Ovvio. Non lo sarà mai. Ma è così.

“Potevamo scambiarci la morte, come ci siamo sempre scambiate i vestiti, i libri, le occasioni. La sua vita sarebbe stata più utile, avrebbe cresciuto il ragazzo. Gli avrebbe curato l’acne e la fatica di diventare adulto. La crema seboregolatrice giace abbandonata sulla mensola del bagno, dove gliel’ho messa, ormai prossima alla scadenza. Da me non la vuole e io non so come dargliela.”

E poi, ok, la scrittura è stupenda. Stupenda! Con la S maiuscola.
Anzi. STUPENDA. Con tutte le lettere maiuscole.
Perché c’è grande saggezza nella scelta delle parole, parole che non sono casuali, non possono esserlo. La loro forza è così vitale e traboccante che si intuisce quanto lavoro ci sia dietro.
Bella mia è una meravigliosa narrazione.
Una meravigliosa esperienza.
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Un pensiero su “Bella mia

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