Le uscite di febbraio

Febbraio.
A volte mi spaventa come passa il tempo.
Altre volte ne sono felice.
Di certo, finché il tempo continua a scorrere, nuove pubblicazioni arrivano sugli scaffali delle librerie!
E’ un po’ quello il bello del tempo, no? Scoprire cose nuove.
E allora ecco una lista di nuove letture che attendono di essere affrontate, discusse e sognate.
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Amo le storie brevi. Amo le lettere. Amo il fatto che le parole feriscano più della spada e che possano aprire mondi. E chiuderne altri. Quindi questo titolo è imperdibile davvero.

La vita non è in ordine alfabetico, di Andrea Bajani
120 pagine, 12,50 €, in uscita il 4 febbraio per Einaudi
Il giorno in cui il maestro insegna ai bambini l’alfabeto è la fine e l’inizio di un mondo. La fine di un mondo in cui le cose succedevano e basta, e l’inizio di uno in cui possono essere messe in fila indiana in forma di parole. La vita intera passa attraverso le molteplici combinazioni di quelle ventuno lettere: sorprese, delusioni, imprevisti, nascita e crescita, persino la morte. Quaranta storie lievi e profonde, commoventi e allegre. In ogni racconto è la vita che si manifesta. Sono epifanie scovate quasi per caso nelle pieghe del quotidiano: lo smarrimento di una donna di fronte alla rottura di un braccialetto dei desideri, lo stupore di un quarantenne che torna a scuola per un corso di lingua, la dignità di chi dopo anni di psicoterapia prova a farcela da solo, l’eccitazione di un bambino a cui è affidato un segreto più grande di lui, il piacere di rimettere in circolazione una banconota falsa ricevuta a tradimento… Una vera e propria commedia umana in cui un piccolo gesto, o una parola, può diventare la chiave per capire noi stessi e cercare quella cosa che, anche se con qualche sospiro, vogliamo ancora chiamare felicità.
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Questo libro, invece, secondo me mi ispira per via della figura paterna, che ormai mi tocca da vicino. Certo, qui siamo a una figura fuori dall’ordinario, ma mi ritrovo curioso di scoprire i vari modi in cui viene rappresentata la paternità.
Il sogno di Schroder, di Amity Gaige
250 pagine, 19,50 €, in uscita l’11 febbraio per Einaudi
Erik Schroder ha cinque anni quando «senz’altro bene che la mano di mio padre stretta fra le mie» attraversa la frontiera della Germania dell’Est per non farvi piú ritorno; ne ha quattordici il giorno in cui, nella cupa cittadina operaia di Dorchester, Massachusetts, in cui è cresciuto, s’imbatte nel foglio che gli cambierà la vita. È l’opuscolo pubblicitario di un campo estivo sul lago Ossipee e mostra schiere di ragazzi americani felici e ben integrati. Per essere come loro a Erik basterà farsi come loro: un inglese impeccabile e senza accenti, una storia famigliare radicata nella cittadina immaginaria di Twelve Hills, a Cape Cod, un cognome di provata americanità. Anzi, il piú americano dei cognomi, Kennedy, quello del presidente «Berliner» piú amato dai tedeschi, col cui illustre ceppo potrà magari lasciar intendere una lontanissima parentela. E poco importa se per raggiungere lo scopo dovrà tagliare i ponti con il suo passato e chi ne ha fatto parte: ogni guerra ha i suoi caduti. Questa bugia bianca, grossolanamente tracciata da ragazzino, segnerà tutto il resto della vita di Schroder/Kennedy. Non se ne libererà neppure quando incontrerà la donna che amerà profondamente e che sposerà, Laura; neppure quando lei gli darà la figlia dei suoi sogni. Meadow è fin da subito una bambina molto speciale, con una curiosità incontenibile e una sorprendente perspicacia. Con quella bambina fra le braccia e la comunità di Albany intorno, Eric riesce a credere di aver davvero coronato il suo sogno. Poi la crisi economica, gli screzi coniugali via via sprofondati in abissi d’incomunicabilità, fino alla separazione e alla selvaggia battaglia per la custodia di Meadow. Ed è allora che il castello comincia a sgretolarsi. Eric sceglie la fuga, perché quello è il modello che ha introiettato – da una madre di cui ricorda solo i passi svelti e l’abbandono, e da un padre che della nuova vita occidentale ha rifuggito ogni cosa, elevando la fuga a modello («Non è affatto naturale restare a combattere. È molto piú naturale fuggire, questa è la verità»). Accanto alla sua amatissima Meadow, Schroder fugge – New Hampshire, Vermont, su fino al confine col Canada e poi giú fino a Boston – e, mentre crede di correre verso un futuro di libertà, precede a grandi passi le sbarre che su di lui inevitabilmente si chiuderanno. Da dove si trova ora, Schroder, novello Humbert Humbert, ricorda e racconta. E la sua confessione è una lunga e poetica lettera d’amore.
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Per questo libro c’è stato il colpo di fulmine di trama. Mi ha subito molto colpito e sono curioso di leggere i riferimenti matematici all’interno del romanzo. Perché a me i numeri piacciono. O meglio, piacevano prima di essere stati malamente dipinti dai professori di matematica delle superiori!
L’uomo che credeva di essere Riemann, di Stefania Piazzino
144 pagine, 16,50 €, in uscita il 12 febbraio per Edizioni E/O
Un matematico di fama mondiale comincia a dare segni di squilibrio a seguito di una notizia sconvolgente. A farlo uscire di senno è l’annuncio che la famosa ipotesi di Riemann, sulla quale generazioni di matematici si sono arrovellati, è stata finalmente dimostrata. Questo evento scatena in lui uno sdoppiamento della personalità, che lo porta a credere di essere egli stesso Riemann. Attraverso pagine belle e poetiche sui numeri, nelle quali il matematico dialoga con lo psichiatra che lo prende in cura, la suspense ci accompagna dalla prima all’ultima riga.
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Ok. Qui c’è poco da dire. Marcos y Marcos. Un titolo bellissimo. Un libro che arriva da una cultura non europea. Una copertina stupenda!

La fabbrica della speranza, di Lavanya Sankaran

416 pagine, 17,00 €, in uscita il 20 febbraio per Marcos y Marcos
Anand è un uomo che fa. Con la sua fabbrica costruita dal nulla vuole competere sul mercato mondiale e dimostrare che anche in India si può.
A casa lo aspettano due figli deliziosi, e una moglie viziata e insicura.
Nei sogni Anand accarezza un’altra donna: davanti agli occhi limpidi di Kavika, Anand non è più solo, le parole sono calde e vive, si sciolgono in bocca.
Solo a Kavika può raccontare il suo dramma, il tremendo ricatto che i politici rapaci hanno gettato come uno scoglio sulla sua strada di imprenditore onesto.
Ma qual è veramente il suo karma? Risolvere la vita a sua moglie, per amore dei figli, o dare ascolto ai propri bisogni più intimi e abbandonarsi tra le braccia di Kavika? Cedere al ricatto di un sistema sbagliato, adeguarsi alla corruzione imperante, o rischiare di uscire dal gioco?
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La storia che sembra verrà raccontata in questo romanzo è inquietante al punto giusto. Nera al punto giusto. Ma anche tremendamente contemporanea. Ha un fascino tutto suo che mi ha catturato ancor prima di averne letto una pagina. e voi?
Viviane Elisabeth Fauville, di Julia Deck
136 pagine, 15,00 €, in uscita il 12 febbraio per Adelphi
In una stanza disperatamente vuota una donna culla su una sedia a dondolo una bambina di pochi mesi. Ha l’impressione di avere commesso qualcosa di terribile, ma non ne è certa, tutti i suoi ricordi sono sfocati. Contempla la piccola quasi si aspettasse da lei una risposta, una rivelazione. Poi, un bagliore: ha quarantadue anni e ha abbandonato il bel marito che la tradiva, la sua casa, una vita invidiabile per rintanarsi lì, in un appartamento spoglio, in un quartiere popolato di bazar orientali dov’è una straniera. Il giorno prima ha ucciso a coltellate il suo analista, incapace di alleviare le crisi di terrore di cui soffre, in segreto, da tre anni. Di quel che è stata – ambiziosa direttrice della comunicazione con ufficio sugli Champs-Élysées, moglie e figlia devota – non le resta che un nome, Viviane Élisabeth Fauville, regale e fragile relitto di un’esistenza inappuntabile, della scrupolosa obbedienza alle leggi dell’abitudine e della necessità. Certa solo del delitto che ha commesso, e del colpo di grazia che non potrà tardare, per tutti minacciosa e impenetrabile, ancorata alla realtà solo dall’ingombrante presenza della figlia, Viviane esce dai binari che guidavano il suo destino, si addentra in una Parigi oscura e parallela, affonda, e ci trascina, in un gorgo di insostenibile angoscia, di acuto disagio – sino all’esplosivo epilogo. Sorretto da una scrittura secca e minuziosa, capace di farci vivere dall’interno il frantumarsi di una personalità, Viviane Élisabeth Fauville è un noir che non dà tregua e insieme il ritratto, sconcertante, di una donna che si libera della sua fallace identità come si appende un abito a una gruccia, che accoglie la follia e la deriva come unica via di salvezza.

p.s. L’autrice sarà in Italia per presentare il volume. Il 10 febbraio a Torino: Circolo dei Lettori, ore 18,00. Ne parlerà con l’autrice Irene Bernardini. Mentre il 12 febbraio sarà a Milano: Institut Français, ore 18,30. Ne parlerà con l’autrice Chiara Valerio.

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Io sono un voyeur. Lo avete capito quando vi ho parlato delle lettere di Enrico VII.
Ecco, anche in questo caso ci sono delle lettere. E io adoro i diari e le lettere. E adoro il titolo che è stato dato a questo epistolario e che arriva direttamente dalle pagine che contiene.
Scrivere lettere è sempre pericoloso, di Elizabeth Bishop e Robert Lowell
416 pagine, in uscita il 12 febbraio Adelphi
Scritte da due persone sofferte, lacerate, sempre a rischio, ma anche colte, brillanti, geniali, scritte di getto, telegrafiche o più spesso lunghe e a volte lunghissime, riprese nel corso dei giorni, ininterrotte nel corso di un trentennio, attraverso città, stati, continenti (da un quartiere all’altro di New York come da una sponda all’altra dell’Atlantico, da Boston a Key West, da Firenze a Washington, da Rio al Maine), le lettere di questo epistolario tra gli ultimi due grandi poeti americani sono debordanti di vita, allegre e atroci, piene di notizie e umori, pregne d’idee e pettegolezzi, alimentate da argomenti poetici, politici, economici, arricchite di veri e propri racconti. È amore a prima vista – e amore impossibile: per le crisi maniacali di lui, per le tendenze sessuali di lei. L’ala della follia, dell’alcolismo, del suicidio stende un velo d’ombra sui loro passi. Eppure amore è. Tutto congiurerebbe a separarli: l’eterno vagabondare dell’ulisside Elizabeth, donna dai molti percorsi, i suoi soggiorni prolungati nei paesi più lontani, le sue disavventure sentimentali, spesso tragiche; l’eterno battagliare con genitori, consorti, amanti, amici e soprattutto – sempre sconfitto – con se stesso dell’achilleo Cal (come lo chiamavano gli intimi), ultimo puritano dolorosamente innamorato di Dioniso. E invece nulla intacca mai davvero il loro legame: quella libertà segreta che hanno gli amanti innerva un’amicizia a briglia sciolta, dal tono cospiratorio, che non ha riscontro in altri grandi sodalizi artistici – un’amicizia sancita dall’eros della lontananza, con la mancanza dell’altro che riempie la vita e la poesia di entrambi. «Scrivere lettere è sempre e comunque pericoloso – gravido di minacce» dice in una lettera Elizabeth. Per il lettore è quasi un invito, non troppo larvato, a seguire i due poeti in questa affascinante, arrischiatissima avventura epistolare di una vita.
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E voi che libri attendente questo mese? Avete già visto qualcosa che vi interessa particolarmente?
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Un pensiero su “Le uscite di febbraio

  1. Camilla P ha detto:

    “Il sogno di Schroder” è quello che mi incuriosisce di più; anche le uscite Adelphi sembrano belle letture, ma ammetto di pensarlo spesso quando si tratta di questa casa editrice, le loro uscite mi affascinano sempre!

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