Le scoperte del venerdì #2

Eccoci alla seconda puntata di questa rubrica in cui segnalo dei titoli ‘libreschi’ già in libreria da più o meno tempo, ma che ho scoperto solo nell’ultima settimana.
Ve li elencherò ogni venerdì. Titoli sempre diversi, ovviamente.

Che poi, a dirla tutta, a compilare questa nuova lista ho iniziato già venerdì scorso, appena pubblicata la prima puntata della rubrica. Sì, perché ADORO scoprire titoli nuovi, anche se poi mi vien da piangere perché son così tanti… e le mie tasche son così vuote…
Ma non importa, io segno. Poi, un giorno…
***

Il primo titolo scovato appartiene a un romanzo che, beh, diciamocelo, non potevo non notare! Humour e caratteri pittoreschi, un paesino irlandese e… mi aspetto tanto divertimento! Ma non solo.

Killoyle, di Roger Boylan

288 pagine, 16,00 €, Nutrimenti
A Killoyle scorre placido il tempo intorno alla Spudorgan Hall, il locale albergo abbarbicato a guardia di una piccola comunità che divide pigramente l’esistenza tra il pub e la chiesa, in cerca del conforto di una pinta o dell’assoluzione. E mentre Milo Rogers, arruffato sognatore e sedicente poeta, arranca nell’incertezza economica e sentimentale, Kathy Hickman affronta la sua vedovanza tra fugaci consolazioni e foschi documentari in tv. All’ombra delle guglie di Sant’Oinsias, invece, padre Doyle affoga nel whiskey la nostalgia per gli anni verdi del noviziato a Roma, ignaro delle abitudini del suo parrocchiano Wolfetone Grey, che di giorno conversa appassionatamente con Dio e di notte fa telefonate anonime ai suoi concittadini. Ma quando il sordido Tom Maher insidia le certezze di Emmet Power, amministratore della Spudorgan Hall, la tranquilla routine di Killoyle sembra fatalmente destinata a infrangersi.
Con questo brillante romanzo, Roger Boylan compendia con piglio svagato la caleidoscopica vicenda politica, culturale e religiosa irlandese, anche grazie a un controcanto di postille giocose, digressioni e commenti sarcastici. Pagine in cui si celebra la tradizione letteraria che va da Swift a Beckett, passando per il surreale virtuosismo di Flann O’Brien, e che ci regalano un’opera traboccante di humour, con una variopinta rassegna di caratteri iperbolici e burleschi.

***

Il secondo titolo è di un libro che sembra un ricettario, ma che ha per protagonista un cattivo. Anzi, una cattiva! E io adoro i cattivi di carta e inchiostro, se son ben disegnati.

I piatti più piccanti della cucina tatara, di Alina Bronsky
256 pagine, 18,00 €, Edizioni E/O
«Chiunque sia rimasto un po’ bambino non può che amarli: i cattivi, come i bambini, si sentono al centro del mondo e non lo temono. La parola “impossibile” esula dal loro vocabolario. Sono temibili e spietati, bugiardi e ciarlatani, avidi e inconsolabili. Sono imprevedibili. Magnetici. Creativi. Sanno che c’è qualcosa da fare, subito e a ogni costo. Non ci pensano due volte. Si deve rubare il tesoro? Uccidere il re? Distruggere il pianeta? E che ci vuole?». Così scrive Pierdomenico Baccalario sulla Repubblica.Mette la propria smisurata energia al servizio solo di se stessa e del suo interesse.
Certo è meglio non incontrarli nella vita reale i cattivi, ma incontrarli nelle pagine di un libro può essere invece appassionante. Mette la propria smisurata energia al servizio solo di se stessa e del suo interesse.
La protagonista di questo romanzo della Bronsky è così. Crede sempre di agire per il meglio degli altri, e delle altre, figlia e nipote. E invece le strumentalizza, le manipola, non si ferma davanti a nessuna nefandezza. Mette la propria smisurata energia al servizio solo di se stessa e del suo interesse.

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C’è poi un libro che sembra fatto di musica. Ha un titolo bizzarro, e a me ‘ste cose fanno impazzire. Basterebbe questo a convincermi, come dovreste ormai sapere, ma c’è pure una trama pazzerella. E la musica.

Musica per orsi e teiere, di Luca Ragagnin
112 pagine, 12,00 €, Miraggi Edizioni

La storia di un locale dove si suona solo jazz e si mangia solo pollo, in mille fantasiose variazioni, raccontata dal suo “spirito accompagnatore”, che si diverte a giocare con il tempo e con i tempi confondendo il proprietario in dialoghi transdimensionali.
L’ascesa di una band torinese all’inizio degli anni Ottanta, i The Boys, quattro ragazzi che si confrontano con il suicidio del loro modello Ian Curtis, con il sesso e talvolta, casualmente, con l’amore, tra prove negli scantinati dell’oratorio e concerti in garage.
Una pendola. Un bollitore. Un gatto. La polifonia domestica che scandisce la giornata di un’anziana coppia, dal risveglio al momento del riposo, mentre il passato e gli amici tornano in punta di piedi per farsi riconoscere.
Un libro fatto di musica. Non importa (anzi sì) che sia jazz, new wave o dodecafonica, ricette a base di pollo, imberbi band in sale prove scantinate o una casa carillon. Non importa quando non si sa se si sta leggendo o ascoltando, o entrambe le cose, o la sommatoria “aumentata” delle due cose. Gesamtkunswerk dell’anima (detto altrimenti, una gran bella esperienza interna da provare).

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Questo libro, invece, lo conoscevo già. Ne avevo già sentito parlare. Ma l’ho ‘riscoerto’ in questi giorni grazie alla giornata della memoria e… non posso resistere a un così bel Marcos.

Dizionario affettivo della lingua ebraica, di Bruno Osimo
304 pagine, 16,00 €, Marcos y Marcos

In ebraico papà si dice aba; dunque, nemmeno a farlo apposta, la prima voce è papà; e da qui in poi ogni voce è un appiglio, una lente, uno specchio della storia di Bruno. Tra zii fuggiti in Inghilterra e in America durante la Catastrofe, calzini spaiati, piaceri e dispiaceri della carne, cammina Bruno, senza bussola nel mondo finché non scopre che la lingua parlata da sua madre, e spacciata per italiano corrente, è in realtà mammese, o tampònico. Sua madre parla una lingua che non descrive la realtà come appare, ma come apparirebbe se non facesse paura, se non mettesse in imbarazzo, se non suscitasse emozioni: “Mi raccomando” vuol dire “È questione di vita o di morte”; “Ti voglio bene” si dice “Complimenti”. Cominciare a tradurre dal mammese salva la vita a Bruno e gli insegna l’arte della differenza, la difficoltà di comunicarla; l’arte di adattare e di adattarsi. Si trasforma così in un traduttore alfiere: indomito, sempre in servizio. Alle prese con paure improvvise ma dotato anche di risorse segrete: per esempio una mano morbida e asciutta che a volte lo protegge quando vede le cose brutte davanti a sé. È la mano che suo padre gli metteva sugli occhi e sulla fronte quando, facendo spese il sabato mattina, il macellaio alzava la mannaia.

***

E per concludere un horror. Un libro sui licantropi. Solo che c’è un problema: è davvero il licantropo il mostro? Oppure sono le persone apparentemente normali? Questa domanda è di quelle che mi fanno correre in libreria. Subito!

Come diventare un lupo mannaro, di Elliot O’Donnell
203 pagine, 18,00 €, Mattioli 1885

Al momento della sua uscita questo libro giunge a colmare un vuoto. Come diventare un lupo mannaro è ciò che per i vampiri è il Dracula di Bram Stoker: un libro di riferimento. Inoltre è sicuramente un buon manuale su come si costruisce un racconto dell’orrore, che nella sua forma originaria è un genere popolare, proletario e, in fin dei conti, ottimista. Come ogni buona storia d’orrore questo libro fa paura, poi tranquillizza, e poi fa paura ancora.
Il lupo mannaro, a differenza dell’aristocratico vampiro, ha tutte le caratteristiche del mostro popolare. La sua bestialità raffigura un aspetto dell’uomo che è presente in tutti noi. Per questo i veri protagonisti di questo libro sono gli uomini aggrediti dal licantropo.
Sono loro i veri ‘mostri’: una madre, troppo vanitosa e priva di ogni scrupolo di coscienza che, inseguita dai lupi non esita a gettare i figli nella neve. Un uomo che non crede per niente al soprannaturale ma si beve tutto quello che gli racconta la donna che ama. Lei lo ingannerà e gettandolo nelle fauci di un lupo mannaro, gli dirà: “Così adesso non crederai più alle donne, ma almeno crederai nei lupi mannari”.
Spesso, scrive O’Donnell, ci è impossibile reprimere la nostra bestialità: lupi mannari una volta, lupi mannari per sempre.

***

E le vostre scoperte libresche quali sono state?
Suggerite, sù!

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2 pensieri su “Le scoperte del venerdì #2

  1. Anonimo ha detto:

    Le mie scoperte di questa settimana sono state:

    “Mumbo Jumbo” di Ishmael Reed della Shake editore
    Stati uniti anni 20, astrodetective Papà LaBas , Hoodoo, jazz , ecc… la trama mi intriga moltissimo, è pieno di foto d'epoca ….ora è anche in sconto al 50%
    L'ho acchiappato subito , spero sia bello e intrigante come pare ! 🙂

    Altro libro che mi ispira è :
    “Santa Evita” di Tomas Eloy Martinez
    Evita Peron dopo la morte viene imbalsamata e suo corpo diviene oggetto di culto e venerazione , viaggia per anni in vari luoghi, c'è chi tenta di trafugarlo ecc….
    La trama è più complessa e stuzzicante di come l'ho scritta io, io ho riportato solo i fatti veri …
    Anche questo spero sia bello come promette d'esser! 🙂
    Silvia

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