In vespa a Capo Nord

Chiudo la settimana con una segnalazione che non mi sarei mai aspettato di fare.
Si tratta di un libro di viaggio. Non un romanzo, ma l’effettivo racconto di un viaggio che, in verità, è forse più un’avventura, perché non si tratta di una tranquilla visita all’estero.
Come potete intuire dal titolo del post, il libro in questo racconta il viaggio che un ragazzo ha fatto a bordo della sua vespa, una vespa che l’ha portato fino a Capo Nord.
9680 km.
Mica bruscolini!

Le foto presenti nell’articolo sono state scattate da Alessandro Pierini, che ha accompagnato Filippo Logli nel suo viaggio, fornendoci così una documentazione visiva dell’intera esperienza.
E’ un tipo di testo che in genere non mi sento in grado di apprezzare, e che quindi ho sempre evitato. Però, quando mi è stato segnalato c’è stato un particolare che mi ha colpito: l’anno di nascita dell’autore (e viaggiatore). Il 1985. Lo stesso mio anno.
Questo mio coetaneo ha intrapreso un’avventura che, davvero, io non credo riuscire a fare.
Cosa l’ha spinto a lanciasi in questa impresa? Cosa si aspettava di scoprire? E cos’ha trovato?
Io sono curiosissimo. Proprio per via di questo anno che mi ha fatto molto pensare.
Vi segnalo questo libro oggi, a lettura non ancora ultimata, perché sabato 16, al Pisa Book Festival, si terrà un incontro proprio con Filippo Logli. Credo possa uscirne una bella oretta di chiacchiere e curiosità, quindi, se siete di zona, vi invito a passare SABATO 16 NOVEMBRE, alle ore 11:00, in SALA BLU del PALAZZO DEI CONGRESSI di Pisa.

In questo diario di viaggio ogni pagina è un’avventura. Dalla ricerca di finanziatori e sponsor – perché questo è un viaggio a costo zero – alle prime brevi uscite sulle strade di casa; dalle scalate estreme nella terra dei troll all’incontro con chi, tramite Couchsurfing, offre ospitalità sul proprio divano anche al Polo Nord.
Tappa dopo tappa, chilometro dopo chilometro, Filippo Logli ci racconta il piacere di guardare il mondo con lentezza, di farsi sorprendere da scenari mozzafiato, da incontri singolari, e dalle pieghe inattese che un imprevisto – per esempio un guasto meccanico o un banale fuori programma – può far prendere al viaggio.
Senza dimenticare l’affetto e l’aiuto di tutti i Vespa Club incontrati, e lo stupore e l’ammirazione di chi in giro per l’Europa ha incrociato il cammino dei due temerari vespisti e si è fatto incantare dal fascino di questo mezzo storico e immortale.

Io intanto procedo con la lettura del libro, che è estremamente piacevole e interessante. E nel mentre cerco pure di organizzare una chiacchierata con l’autore, che qualche curiosità me la voglio levare.
Non mi scordo però di voi, e vi lascio il prologo del libro, perché credo sia in grado di regalare una giusta anticipazione di quello che poi si potrà trovare tra le pagine.
Buona lettura!
PROLOGO
Non è un hobby, non è soltanto una passione. Viaggio perché non potrei fare altrimenti.

Le dita tamburellano nervosamente sul tavolino di metallo, mentre rivedo al computer le immagini che ho selezionato, distratto dal costante viavai di persone. Questo sabato mattina il bar del centro è popolato da un vivace brulicare di anime. Per un attimo, inconsapevolmente, le strade di uno si intrecciano con quelle degli altri, poi ognuna riprende la propria direzione nella giornata che inizia. I pochi impiegati in giacca e cravatta, senza mollare la presa sulla valigetta, trangugiano l’espresso tutto d’un fiato. Sonnolenti avventori, immersi nell’irrinunciabile rito della colazione, sorseggiano distratti un cappuccino fumante; aspiranti commentatori sportivi discutono animosamente della partita di stasera sfogliando le pagine della «Gazzetta»; studenti ritardatari scherzano mentre comprano la merenda per l’intervallo di metà mattina.

Scegliere tra le centinaia di foto dei viaggi passati quelle da pubblicare si sta rivelando un’impresa. Quando sono rientrato in Italia dal Sudamerica, lo scorso ottobre, non mi aspettavo certo che di lì a qualche mese un giornalista del «Tirreno» avrebbe voluto intervistarmi per scrivere un articolo su un mio prossimo viaggio a Capo Nord.
Non riesco a concentrarmi. Il fatto è che dopo il ritrovamento di qualche settimana fa, a casa di mia nonna, gli eventi si sono susseguiti così rapidamente che non ho avuto il tempo di metabolizzare.
Negli ultimi quattro anni ho trascorso a Pontedera forse non più di un mese in tutto. Appena tornato da un viaggio, sentivo ogni volta urgente il bisogno di ripartire. Le precedenti esperienze, durante le superiori e l’università, erano state soltanto l’occasione per interrompere il flusso monotono e apatico della vita di provincia. Poi però, rinnegando il modello lavoro-vacanza-lavoro che relega il viaggiare a pura evasione, sono diventate vere e proprie sfide, una forma di ricerca interiore, di scommessa con me stesso, il modo per mettermi alla prova e scoprire i miei limiti.
Quando sono partito, quattro anni fa, non mi era ancora del tutto chiaro, ma sentivo bruciare dentro la voglia di vedere un pezzo di mondo, di toccarlo, di vivere senza mediazioni l’emozione della scoperta, di fare esperienze sulla mia pelle, di conquistare la dimensione del viaggio come “cammino”. Una volta appeso al muro il foglio che certificava il mio status di dottore in Scienze Giuridiche, ho sentito che davanti a me si apriva una prospettiva nuova. Alleggerito finalmente dal peso del dovere che incombe, mi è sembrato quello il momento migliore per prendere decisioni. E ho deciso che volevo partire. Durante quel viaggio nella Repubblica Dominicana, che doveva essere soltanto una pausa di riflessione di qualche mese, ho capito che l’avvocato non l’avrei fatto, e i mesi fuori sono diventati dodici. Da lì sono passato ad altre isole dei Caraibi, poi all’Indonesia, al Brasile, alla Polinesia, al Mar Rosso. E poi aerei, traversate in barca a vela, motorini scassati, visti turistici scaduti, autostop, delusioni, febbre dengue, immersioni con squali, ragazze, escursioni nella giungla, ostelli, sacchi a pelo, lingue sconosciute, lavori di ogni sorta e avventure mitiche. I miei, nel frattempo, sono passati dall’amarezza non confessata per una carriera neanche iniziata alla rassegnazione di chi non può fermare un treno in corsa.
Per la prima volta dopo questo lungo periodo da giramondo, ho deciso di stabilirmi in Toscana, per stare vicino a mio padre in seguito alla morte della nonna.
Mano a mano che il tempo è trascorso, qui a Pontedera, ho capito di potermi adattare a una vita normale e più stanziale. Ho passato l’inverno e la primavera in un appartamento in cui mi sono trasferito alcune settimane dopo il mio arrivo. Mi sono trovato dei lavori che non mi impegnano troppo: do ripetizioni, traduco dall’inglese e dallo spagnolo e aggiusto computer. Ho riallacciato i contatti con vecchi amici che non sentivo da tempo e ne ho trovati di nuovi. Ho iniziato a ricevere in casa viaggiatori della comunità di Couchsurfing, cui ho fatto ricorso durante i miei viaggi per trovare ospitalità, incontrare qualcuno del posto o farmi consigliare luoghi da visitare.
Niente mi ha turbato particolarmente in questo periodo, a parte le ordinarie beghe che affliggono tutti. Sono “normal- mente stressato” proprio come la maggior parte delle persone di fronte a un ingorgo nel traffico, una fila alle poste, una risposta irritante. Ho perfino scoperto luoghi moderatamente interessanti da visitare nei dintorni. Tutto è noiosamente normale. Gli alti e i bassi sono semplici collinette e avvallamenti sulla piatta linea delle emozioni. Ho fatto l’abitudine alle tinte sbiadite, ai piaceri morigerati e alle delusioni smorzate, ho capito di potermi adeguare a un’esistenza un po’ così.
Che fine ha fatto il giramondo felice?

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2 pensieri su “In vespa a Capo Nord

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