Some Candies

Mi dicono sia Halloween. Io partecipo rispolverando una vecchia storiella.

Some Candies

Nella sala delle feste ci riunimmo in quindici. Non un gruppo numeroso, no di certo, ma sicuramente più del previsto. C’era perfino il signor Todds, che di solito palesava in più modi il suo essere contrario alle azioni ‘sconvenienti’.
“Avete tutti i vostri costumi?” tuonò Simon Propername. Ci stava osservando dalla posizione del potere, ossia sopra il barile di vino rancido.
“Sìì!” gridammo in coro.
“No!” fece la signora Noteeth, che aveva perso la dentiera ormai secoli addietro, ma che non ne aveva mai cercato una di nuova.
“Signora Noteeth” disse allora il panciuto Simon “Sa bene che non si può partecipare se non si ha un costume.” E mosse il dito indice a mo’ di avvertimento.
Sbuffai in risposta a quella cattiveria.
“Giovane Pop! Qualcosa da dire?”
“No signore!” gridai controvoglia.
“Bene.” Si guardò attorno compiaciuto “Maschere!”
Un fruscio di stoffe prese a scorrere nel salone. Io mi sistemai il mio bel lenzuolo bianco da fantasmino, in modo che mi coprisse per intero, e tutti gli altri fecero lo stesso. Quattordici candidi fantasmi (la signora Noteeth dovette tirarsi da parte).
“Ed ora, in marcia!”
Tutti uscimmo e seguimmo Propername giù per la collinetta. La luna c’illuminava spettrali. Visti dal villaggio dovevamo essere uno spettacolo ben strano, tutti bianchi e tutti in fila, un po’ spavaldi e assai golosi. Zampettammo seguendo il sentiero di terra battuta e, arrivati al torrente, ci spintonammo per passare il ponte, tutti tranne Bobby Tobby che, dimostrandosi più idiota del solito, si tuffò in acqua e perse il suo straccio bianco nella corrente; dovette tornare indietro, sconsolato.
Arrivati a quel grumo di case che la gente del posto, ostinatamente, chiamava Bighall ci dividemmo. A gruppetti di due, oppure da soli, o in massimo tre, ci avventurammo in quel nuovo Halloween. Ci lanciammo voraci, o almeno io lo feci, su ogni porta che incontrammo. Bussammo animatamente e gridammo “Dolcetto o scherzetto?”allungando, subito dopo, un contenitore che ci eravamo portati appresso (sacchetto di stoffa, di nylon, zucca vuota, barattolo di latta…). Ci fu chi diede i dolcetti senza fiatare, chi invece si mise ad elogiare i nostri costumini così “spaventosi e originali!”, dimostrando la cecità, o l’insulsaggine, dell’interlocutore in questione, e poi ci fu chi si mise a brontolare cose tipo “Ogni anno sempre la stessa storia! Ma non venite mai grandi, voi altri?”
Ma a noi non interessava cosa dicevano, cosa sospiravano o casa lasciavano intendere, a noi interessavano esclusivamente i dolcetti. Piccoli, medi, grandi, morbidi, duri, gonfi, ripieni, con carte rosse, verdi, blu e nere, cioccolatini, caramelle gommose, gelatine, liquirizie, mentine, al caramello, alla panna, al caffè, all’arancia… purché si trattasse di dolcetti, ogni cosa era gradita, perfino le mele caramellate, che con la loro scorza di glassa incandescente liberavano nell’aria profumo intenso di zucchero.
Bussammo ad un’infinità di porte e riempii i due sacchetti di nylon che mi ero portato appresso.

Ci ritrovammo verso le tre del mattino alle porte del paesello. Ci osservammo l’un l’altro, visibilmente eccitati, con le narici piene di essenza di zucchero. In fila indiana ci demmo da fare per risalire la collinetta. Dietro di noi, il villaggio taceva.
Superammo le cancellate arrugginite dell’antico cimitero e ci dirigemmo, con passo felpato, verso la tomba del Conte Terriblyill che giaceva socchiusa, proprio come l’avevamo lasciata. Scendemmo nel sottosuolo, arrivando così nel salone delle feste, così chiamato perché riuscivamo ad usarlo solo alla festa di Halloween.
Buttammo per terra tutti i dolcetti racimolati e, tolto il lenzuolo da fantasma, ci mettemmo a divorare tutto il possibile (e c’è da dire che si unì al gruppo anche chi era contrario a quel tipo di scampagnata notturna).
Che bello! Che bello sentire il gusto del cioccolato, la morbidezza di una caramella alla frutta, i grani di zucchero scricchiolare sotto la pressione dei denti… c’ingozzammo fino all’alba, momento in cui Simon Propername ritornò al suo posto di comando, sul barile.
“Amici!” tuonò. Calò il silenzio. “Amici, anche quest’anno siamo tornati in vita in questa notte di Halloween, ed anche quest’anno abbiamo potuto rimpinzarci di caramelle.” Applaudimmo. “Ma ora… ora è giunto il momento di tornare ognuno alla propria tomba, per dormire un altro anno di sonni senza zucchero…” un mormorio generale fece calare la tristezza “Vi do appuntamento all’anno prossimo e vi auguro una buona dormita!” e scese dal barile, dirigendosi poi verso la propria bara ormai marcia. Lo imitai e tornai a sdraiarmi nel pizzo ammuffito della mia cassa di legno. Sopra di me potevo notare il granito che costituiva la mia tomba. Mi sistemai di lato ed estrassi da una tasca bucata del mio completo migliore un ultimo quadratino di cioccolato bianco; me lo infilai in bocca e lo masticai lentamente. Che buono! Davvero una cosa troppo buona! Se pensavo che per un altro anno… Beh, per lo meno era stato inventato Halloween! Almeno un giorno ogni anno ci era concesso di tornare sulla terra e, noi morti, potevamo approfittarne per tornare ad assaggiare le meraviglie dei vivi.
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