La fine del mondo e il paese delle meraviglie

Murakami.
Non sono ancora un esperto dell’autore. Direi di no. Ho letto solo 4 dei suoi libri e mi mancano ancora molte e molte pagine prima di poter affermare di aver letto tutto il leggibile.
C’è però una cosa da dire, e cioè che certe cose si sentono. Nel cuore, intendo. O nello stomaco. Comunque in un posto interno, interiore, nascosto sotto la pelle, sotto i tessuti, sotto i muscoli. Un luogo che sta a stretto contatto con le nostre funzioni vitali. Ecco, le cose che si sentono in questi anfratti finiscono inevitabilmente col riecheggiare per tutto il corpo.
Una delle cose che si sentono lì sotto è la sintonia che si può provare per uno scrittore. Bastano poche pagine, secondo me, e capisci tutto. Capisci che starà con te per tanto tempo.
E una delle cose che negli ultimi tempi ho sentito, infatti, è stato l’amore per questo scrittore. Un amore che ha avuto bisogno di un solo volume: Kafka sulla spiaggia. Un amore che ho saputo essere vero ancora prima di girare l’ultima pagina del romanzo.
Un amore che ha trovato conferma in quello che ho letto dopo. Un amore che è stato rinnovato anche con la lettura di questo:


Ecco, c’è una cosa da dire su Murakami. Io non so spiegarlo.
E c’è un’altra cosa da dire, sempre su Murakami. Io non so raccontarlo.
Allora cosa posso dirvi di questo romanzo che tanto mi ha affascinato? Forse nulla, se non un miscuglio di sensazioni e pensieri che potrebbero apparire senza senso. Sì, perché Murakami ha questa particolarità di risultare sempre piuttosto criptico, ma proprio per questo, durante tutta la lettura, i pensieri si affollano e corrono a rimbalzano in tutta la testa, perché esaminano le frasi, le idee, le scene, nel tentativo di capire il punto della situazione. Il nocciolo della questione. 
Non sempre ci si arriva. Forse mai. Ma lungo il percorso si pensa molto e si traggono le proprie conclusioni.
Le mie, di conclusioni su questo libro, riguardano la nostra vita. Una vita che diventa sempre più complicata, che spesso ci fa affrontare prove assai difficili senza una vera ragione (e quando mai c’è?), eppure… eppure, questa vita, non la si vorrebbe mai abbandonare.
Una vita che risulta complicata anche per colpa nostra, dei nostri sentimenti che ingarbugliano tutto, che ci fanno gioire ma anche tremare, cadere, cedere… sentimenti che desidereremmo non provare, ma che se mancassero ci ucciderebbero.
Ma esiste un modo diverso per vivere? Un modo migliore? Esiste un posto in cui la vita non ci manchi?
Probabilmente no.
Se devo trovare un senso a quest’opera è proprio l’amore per la vita, che è bella proprio perché è così: caotica e dolce e amara e piena e vuota.

La fine del mondo e il paese delle meraviglie è un romanzo pieno di avventura e di personaggi particolari. Si divide in due storie ben distinte che però vanno, in un qualche modo, a ricongiungersi. Da una parte abbiamo una sorta di contemporaneità in cui esiste la compravendita di informazioni, per cui si cercano modi per mettere al sicuro questi ‘dati sensibili’, mentre dall’altra abbiamo una specie di mondo distopico, un po’ retrocesso e strambo al punto giusto. Due mondi apparentemente così lontani, eppure così vicini.

Come la vita di cui va parlando, rimane un libro in parte criptico e in parte distaccato, ma il coinvolgimento che si percepisce durante la lettura è quello tipico delle opere di Murakami: intenso, forte, inarrivabile.

Murakami, per me, è una sorta di cubo di Rubik. Una cosa ingegnosa, difficile da risolvere, avvincente, giocosa, irrinunciabile. Ci si gioca mentre lo si ha tra le mani e anche quando lo si posa non si può fare a meno di pensare a una possibile soluzione.
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14 pensieri su “La fine del mondo e il paese delle meraviglie

  1. Athenae Noctua ha detto:

    Bello questo paragone con il cubo di Rubik: è un modo calzante per rendere l'idea del significato della narrazione di Murakami, che, in effetti, è difficile spiegare in maniera tecnica, perché sfugge alla logica: Nel mio caso ha anche ribaltato convinzioni letterarie che erano radicate nel profondo del mio animo di lettrice, per esempio, non avrei mai detto di poter apprezzare una storia fatta di piani paralleli con un legame che si svela solo in fine, come quella de La fine del mondo e il Paese delle meraviglie. Magie dei grandi scrittori.

  2. Andrea Storti ha detto:

    Sì, proprio, magie di grandi scrittori.
    Murakami è un autore che mi ci voleva proprio. Mi piace da matti e ho letto appena 4 titoli. Non vedo l'ora di fiondarmi sugli altri… ma con calma, perché non so tu, ma io quando leggo Murakami vado con molta, molta calma.

  3. Andrea Storti ha detto:

    Io invece vado piuttosto lento con lui. Non perché lo voglia eh… boh, poi magari è solo apparenza. Specialmente con Kafka sulla spiaggia, che però forse è più complesso da capire.

  4. Arimi ha detto:

    condivido pienamente Andrea!
    io ho scoperto da poco questo autore, ho letto solamente Norwegian Wood ma ora ne ho altri 3 da leggere appena posso ed è un autore che si sente dentro.
    Bello!

    • Andrea Storti ha detto:

      La differenza sta nel fatto che Norwegian Wood è realistico. Mentre quasi tutto il resto della sua produzione ha elementi fantastici. Però lo stile rimane lo stesso, e le tematiche pure. Io, però, ti dico che ho adorato pure Norwegian Wood, quindi mi sa che questo gioca a sfavore della tua lettura del paese delle meraviglie…

      • Un baule pieno di gente ha detto:

        Io non l’ho trovato per niente realistico, e mi turba ancora di più il fatto che sia considerato il più pragmatico di Murakami… Voglio augurarmi che il giapponese medio non si uccida se gli muore il gatto o non si spogli nudo davanti alla foto del padre morto :O

  5. Andrea Storti ha detto:

    Guarda, io lo trovo straniante molte volte, ma è parte del suo fascino. cioè… non so come spiegarlo bene. Ma anche i dialoghi, per esempio, li trovo spesso ‘irreali’. Eppure io lo trovo di una forza, di una schiettezza allucinanti. Però credo che qui davvero si entri nel gusto personale.
    E forse è pure una cosa legata alla letteratura giapponese. Che io conosco poco, ma per esempio pure con Banana Yoshimoto ci sono situazioni particolari e questo senso di tristezza profonda.

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