Rosa candida

Ormai ve ne sarete accorti. Quando io parlo di un libro, non ne parlo in termini tecnici. Non mi soffermo eccessivamente sulla scrittura, sullo stile usato, sulla grammatica piuttosto che sulla costruzione di un personaggio. Quando vi racconto un romanzo, in verità vi racconto le emozioni, le sensazioni, le riflessioni che la lettura ha suscitato in me.
Certo, c’è da dire che, in certi casi, parte delle emozioni sono sviscerate anche grazie allo stile ecc., ma non è il punto fondamentale su cui io tendo a focalizzarmi.
Questo perché credo che un libro, come qualsiasi altra opera d’arte, debba suscitare qualcosa nel lettore. Una storia non può piacermi esclusivamente perché è scritta in un determinato modo. O non posso detestare un racconto solo perché ci sono troppe d eufoniche, per esempio.
Un romanzo mi piace quando mi colpisce. In qualche modo. E questo romanzo mi ha colpito moltissimo.


Non so se l’avete notato, ma certe volte i libri hanno il potere di capitarti tra le mani nel momento più opportuno.
Rosa candida, per esempio, l’avevo acquistato un po’ di tempo fa, ma solo un paio di giorni fa l’ho incominciato. Perché? Non lo so. Ho spulciato la libreria e questo titolo mi ha chiamato.Ed è stato amore. Amore dovuto a una certa affinità di pensiero, o meglio, a determinati soggetti di pensiero che mi accomunano col protagonista. Almeno in parte.

La storia raccontata è molto semplice: c’è un ragazzo islandese di ventidue anni che decide di lasciare il suo paese per andare a curare un roseto antico, in una terra straniera. Si staccherà così dalla famiglia ma, per una serie di eventi, si ritroverà pure a doversi prendere cura della figlioletta di nove mesi, frutto di un quinto di notte d’amore. Anzi, di sesso. Una situazione completamente nuova, in un contesto completamente nuovo, con una lingua completamente nuova da apprendere.

Da questa breve sinossi, però, ecco nascere una serie di riflessioni, di pensieri sulla vita e sulla morte. Sull’amore e sulla genitorialità.
E sulla vita. E sulla morte.
E la vita e la morte sono due cose a cui penso molto spesso pure io. Non c’è un motivo preciso per cui lo faccio, però mi rendo conto che si tratta di un tema che occupa molto la mia mente.
Così, quando il protagonista si chiede se c’è qualcosa di strano nel pensare alla morte mentre sua figlia sta venendo al mondo, ecco… io mi sono sentito capito. Mi sono sentito tranquillo. Ho trovato un’anima affine, in quella di Lobbi.

“Cos’è che non ti aspettavi?”
“Di pensare alla morte. Ti nasce un figlio e sai che un giorno dovrà morire.” 

Non è che l’autrice (di cui non tenterò di ripetere il difficilissimo nome) fornisca delle teorie nuove sull’esistenza, non da spiegazioni. Però, con quella sua scrittura delicata e tranquilla, riesce a far osservare le cose sotto luci diverse, più neutre.
I suoi protagonisti, pur avendo dei vissuti anche piuttosto tragici, sono di una serenità disarmante, e i loro occhi sono lenti che mettono più a fuoco il mondo che ci circonda. Si rimane così affascinati dall’esistenza di tutte quelle rose, in quell’unico giardino. Ci si perde tra i sapori dei piatti cucinati, preparati, perché si scopre l’amore nascosto dietro il cucinare. Ci si intenerisce durante le chiamate del padre di Lobbi, e anche se potrebbe venirti il nervoso per quell’insistenza tipica dei genitori, di volerti far studiare per essere qualcuno, un giorno, capisci che il suo intento è altro. E’ amore.

“Esiste una carità ragionevole, recitano certi versi, […] ma non un amore ragionevole. Se si vivesse con la testa e basta, sarebbe impossibile incontrare l’amore, come sta scritto qui, da qualche parte…”

La figura di Padre Tommaso, poi, che cerca le risposte della vita nella sua passione per il cinema d’autore, non rappresenta forse il tentativo di mostrarci che l’arte mostra la vita? Sì, la mostra, non la spiega. La mostra in molti modi, diversi tra loro, tramite occhi differenti. Sta poi a noi capirci qualcosa.
Ecco, Rosa candida è questo.

“E’ strana questa esigenza di rappresentare la realtà attraverso l’arte,” continua girato verso la finestra. “A me, invece, sembra che la gente ne abbia abbastanza dell’esistenza quotidiana.”

Rosa candida è un libro che parla di vita e di morte, e lo fa dolcemente.

Questo non vuol dire che sia una storia gentile e positiva, o meglio, non solo. I momenti di sconforto e di tristezza ci sono, così come le tragedie. Eppure… c’è anche un senso di meraviglia che non può non scaldare il cuore.
Rosa candida è la vita. E’ la vita tragica e romantica e positiva e felice e crudele.

Io ne sono stato emotivamente travolto.
Ma come può, un libro così breve e delicato, schiacciarti con tanta forza?
Forse ci riesce perché è una storia raccolta, di anime. Anzi, probabilmente ci riesce perché è una storia sincera, che non nasconde brutture e bellezze, proprio come Lobbi che ama le rose e le bellezze del mondo, ma che non può fare a meno di pensare ai corpi, e che non sa quanto questo sia normale.
E’ questa la forza del romanzo: nessuno di noi è normale, eppure lo siamo tutti. Le nostre azioni influenzano gli altri e questo influenzarci a vicenda può portare cose belle e cose brutte.
Di certo, la vita è degna di essere vissuta. Sempre. La vita ci sorprende, sempre.

A entrare per un attimo nella vita di un’altra persona, si rischia di diventare più importanti di quelli che ne fanno parte da anni.


p.s. c’è questo ritmo, questa scrittura, negli scrittori islandesi, che mi lascia meravigliato. Ne avevo letto un altro poco fa e aveva questo stesso senso della ritmica, così diversa… se avete titoli di autori islandesi da consigliarmi, beh… io sono qui! 

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