Garden. Il giardino alla fine del mondo

Eh, sì. E’ così. Siamo nel bel mezzo di quella fase in cui un libro di successo ha scatenato l’ennesima moda editoriale, e questa moda si sta prepotentemente imponendo nel suo settore di competenza grazie all’uso di armi di distruzione cerebrale di massa: i libri mediocri.
I libri mediocri sono probabilmente i peggiori. Peggio dei libri brutti, perché un libro brutto ti fa provare delle emozioni. Certo, emozioni non positive e di cui si farebbe volentieri a meno, ma se non altro ti lascia qualcosa. I libri mediocri, invece, non lasciano niente. E a me dispiace doverlo dire, ma l’esordio di Emma Romero rientra proprio in questa categoria.

Garden è un distopico young adult. Ma forse distopico non è poi un termine così conosciuto, ed ecco quindi che l’editore pensa bene di ‘illuminare’ i lettori mettendoci una fascetta gialla (che nella foto non è presente causa immediata cestinazione) che grida: L’HUNGER GAMES ITALIANO. Peccato che di Hunger Games non abbia nulla. Ma nulla di nulla. Non c’è la scrittura trascinante della Collins e non c’è una trama che alla trilogia americana possa essere paragonata. Certo, si intuisce che dovrebbe esserci una sorta di esibizione i cui protagonisti vengono salvati, o uccisi, in base all’apprezzamento ricevuto, ma è tutto qui, nebuloso, lasciato alle nostre fantasie, e nulla i questo verrà spiegato per bene.
Garden è la storia di Maite, che vive in questa Italia distopica facendo l’operaia in una fabbrica. Siamo in quello che viene definito come nuovo Rinascimento, ma allo stesso tempo è stato proibito l’uso di tutte le arti. Solo gli Artisti possono cantare, ballare, scrivere, dipingere, recitare… gli altri no. Perché? Non si sa.
Maite però adora cantare e questo le porterà alcuni guai.
Di più non vi racconto per non rovinarvi la lettura, nel caso vogliate affrontarla.
Devo però dirvi che il problema, di per sé, non è la trama, ma il come viene raccontato il tutto. Anzi, il come NON viene raccontato il tutto. Sì, perché il romanzo procede in maniera asettica, senza dire qualcosa di più su questo mondo distopico, senza crearlo davvero, un mondo, che poi è la cosa migliore di questo genere. Non ci si sofferma abbastanza sui personaggi, in modo da renderli vivi. Anche le relazioni interpersonali risultano fredde, le decisioni della protagonista a volte troppo forzate.
Sembra come se questo libro fosse stato scritto per inseguire la moda del momento, senza però che l’autrice si sia messa seriamente d’impegno. Una sorta di lavoro commissionato, e non sentito.
Non c’è anima in questo romanzo, solo azioni che si susseguono.
E anche quando si potrebbe creare qualcosa di interessante, come nel momento in cui Maite avrebbe la possibilità di vivere bene, facendo quello che più vuole, non c’è incertezza. Il momento non viene colto per creare qualcosa di intenso, un combattimento interiore di Maite sul cosa sia giusto e cosa sia sbagliato fare. No, niente, via spedita.
Manca insomma quell’introspezione, quell’analisi psicologica che, per esempio, ho trovato in Hunger Games, o in Divergent, che pur appartenendo allo stesso identico scaffale della libreria, sono su un livello molto più alto.
In questo modo, però, si sono persi molti spunti che, in verità, potevano andare a costituire le basi per qualcosa di interessante.
Per me, così com’è ora, il libro ha troppi buchi, stilistici e non. E’ uno scheletro senza carne. Un abbozzo di quello che poteva essere ma non è. E’ uno dei tanti libretti che segue un trend senza centrarlo, senza farlo suo, anzi. Ed è un peccato perché, lo sto ripetendo a destra e a manca, il distopico potrebbe essere un genere davvero interessante, che può aprire le menti e far riflettere anche i più giovani.
Ma niente.

Salvo però una cosa, di questo libro. L’ultima pagina. Quell’ultima pagina in cui ci saranno quindici righe al massimo e che costituiscono un finale meraviglioso, asorpresa. Un finale che mi lascia intuire che la Romero, di idee buone ne abbia, le manca solo il saperle mettere per bene su carta.
Quindi, in sostanza, boccio questo volume, ma con riserva per il futuro. In fondo, credo basterebbe si desse più spazio alle persone e al mondo in cui vivono, per creare qualcosa di carino.
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