Dio odia il Giappone

Dio odia il Giappone… e io mi son perso tra queste pagine. Anzi, mi son lasciato perdere, procoprio come si fa quando si visita una città mai vista prima, e si cammina un po’ a caso per i vicoli, per tentare di capire qualcosa in più.
Ecco, io ho incominciato questa lettura non sapendo esattamente cosa aspettarmi, e mi son lasciato trascinare dalle pagine per arrivare a scoprire che questo è un libro da leggere.
Dio odia il Giappone è come una moneta: ha due facce diverse, molto diverse. Da un lato, infatti, questa storia risulta un bel racconto ironico, divertente e spassono. Un po’ cinico, forse, ma godibilissimo. Dall’altra, però, mi ha lasciato un senso di inquietudine su cui ho dovuto spendere un po’ di tempo per ragionare e digerire. Ma forse non si possono digerire davvero, queste cose.
Già, perché quella che viene raccontata attraverso le gesta di questo moderno protagonista è una realtà spaventosamente simile alla nostra, fatta di consumi e benessere, che però sta per esplodere (o forse è già esplosa) catapultandoci in un senso di rassegnazione/pigrizia/staticità.
Inoltre, quello che viene descritto è un Giappone profondamente segnato, a mio modo di vedere, dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, eventi che, all’epoca in cui è ambientato il romanzo, sono passati da abbastanza tempo, ma che in qualche modo hanno segnato per sempre i giapponesi.
Non è forse da quel momento storico che nasce questa ossessione della morte che si percepisce nel libro? Non è da lì che prende il via una serie di azioni, anche terroristiche, che sbocciano in sette che vogliono purificare il nostro mondo?
Ecco, il lato ‘commerciale’ e il lato ‘ossessivo’ del mondo sono racchiusi in questo libro, che parlava del Giappone, ma che in verità descrive la nostra società occidentale.
Un libro molto potente, questo. Inizia con cautela e finisce con grande forza.
Lascia tracce, questa lettura. E lascia domande. Domande come: Dio odia anche noi?
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