Commento al libro: "L’Incontro"

A Maurizio non veniva cosí facile dire «noi», perché non c’è plurale nel mondo di un figlio unico, educato dalla solitudine a diventare per sempre l’unica misura di sé stesso. A Crabas col «noi», invece, bisognava farci i conti, perché i suoi nonni, i vicini di casa dei nonni, i loro figli e i bambini dei loro figli parlavano tutti di sé al plurale con la ronzante fluidità di uno sciame d’api intorno all’alveare […]. Ma era soprattutto dagli altri ragazzi che Maurizio sentiva usare il noi con quell’accezione densa, piena di respiri comuni. «Non ci diamo proprio per vinti, eh?» gli aveva detto una volta Giulio, il figlio del vigile urbano, mentre lo guardava con la fionda stretta tra le mani prendere per l’ennesima volta la mira sulla lattina vuota poggiata in piedi sull’argine dello stagno, proprio dietro alla chiesa di Santa Maria. Maurizio aveva distratto gli occhi dal bersaglio e aveva fissato il ragazzo piú grande per qualche istante, come se anche la risposta richiedesse una buona dose di mira. A diventare amico di Giulio ci aveva messo piú di dieci giorni, e ora rischiava di giocarsi tutto in un istante. Con il cuore che gli batteva forte dalla paura di sbagliare, aveva mormorato spavaldo: «Non siamo mica gente che si arrende, noi». Giulio a quel punto gli aveva sorriso e poi il sasso lanciato dalla fionda era andato dritto sulla lattina, facendola cadere giú dal costone dell’argine con un suono acuto e pieno di riverberi. Il ragazzo piú grande aveva mormorato un’imprecazione passandosi una mano nei capelli scuri con un gesto incredulo, poi lo aveva applaudito forte. 

Leggere “L’Incontro” è stato per me come mangiare un ottimo cioccolatino.
Si incomincia scartandolo, osservando la luce riflettersi sulla carta lucida. Si capisce fin dal profumo che sarà buono, ma solo quando si arriva al cuore tenero e intenso lo si apprezza veramente.
E’ un istante. In pochi secondi è già tutto finito. Ma il sapore del cioccolato che ti resta in bocca è impagabile.
Questo piccolo lavoro di Michela Murgia è proprio così. La confezione, la scrittura, è la stessa ottima scrittura che ho amato in “Accabadora” e che basta a far intuire la buona riuscita del libro.
Ma poi si arriva al centro della storia e si giunge alla conclusione che l’autrice, in poche righe, ha parlato in verità di moltissime cose, e in maniera eccellente.
Centrale è la questione della guerra. Della lotta. Dello scontro.
Usando un espediente religioso, due fazioni di una stessa comunità si ritrovano a scontrarsi.
Fa davvero impressione vedere con quanta rapidità e quanta leggerezza si entri in un conflitto. I motivi possono essere anche i più banali, ma ecco che bastano a far nascere sensazioni e desideri che fino a poco prima non c’erano, o erano sopiti.
A raccotarci questo, Murgia è davvero brava. E anche quando tutto sembra risolto, lascia comunque nell’aria il profumo di braci ancora accese, sotto la cenere. Attendono un nuovo pretesto?
Oltre a questo, poi, c’è la Sardegna. Una Sardegna che riempie le pagine della sua bellezza, delle sue tradizioni, ma anche dei suoi problemi. Qui, davvero, in poche pagine tratteggia un quadro di questa regione che risulta intenso e doloroso e fiero. Si intuisce il problema del lavoro e della spopolazione, si percepisce la ritualità di un popolo e si ammira l’attaccamento alla propria terra. Emblematico, per me, è il momento in cui i genitori del ragazzino protagonista acconsentono a lasciarlo dai nonni quando si trasferiscono ‘sul continente’. Io lo vedo come un enorme atto d’amore verso la propria terra. E anche verso il proprio figlio.
“L’Incontro”. Un cioccolatino davvero buono. Consigliato. Certo, però… mi auguro che la prossima volta ci arrivi una bella stecca da almeno 20 cm.
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2 pensieri su “Commento al libro: "L’Incontro"

  1. Anonimo ha detto:

    miaoooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo…………!

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