Intervista al Cantore di Draghi, Fabrizio Corselli, autore di "Drak’kast"

Cari lettori e care lettrici, oggi abbiamo il grande piacere di ospitare nel Meleto un autore che oserei definire ‘particolare’. Più che un autore, qualcuno l’ha definito Cantore di Draghi, e io direi che il titolo gli sta a pennello. Sto parlando, ovviamente, di Fabrizio Corselli, autore di “Drak’kast”, pubblicato da Edizioni della Sera, un poema epico al centro del quale c’è la figura del drago.
Per chi ancora non conoscesse questo testo, ecco di cosa racconta:

Quello di Drak’kast è un mondo rischioso, selvaggio, dominato da profondi e oscuri misteri che aspettano solo di essere riportati alla luce. Un mondo in cui ognuno è costretto a sfidare la stirpe dei draghi e la sua egemonia, aprendosi un varco nel fuoco con il crudele acciaio nel pugno… o andando incontro alla morte. In questa era, meglio conosciuta come Primordium Draconis, esiste però anche chi ha scelto di non combattere i draghi: gli Hadragnir, incantatori disposti a sposare la loro causa per preservare l’equilibrio tra le razze. È qui che entra in gioco il personaggio di Elkodyas, il leggendario drago mutato in un elfo cantore, unico eroe tanto audace da sfidare le insidie e i pericoli celati nella Foresta di Smeraldo alla scoperta di quei segreti che per troppo tempo sono rimasti confinati in essa. Avventura, melodia e incanto. Drak’kast è tutto questo. Da tempo niente era più così epico. 

Incuriositi? Allora non vi resta che leggere l’intervista!

Ciao Fabrizio e benvenuto su “le mele del Silenzio”. Io esordirei nella più classica delle maniere, ossia facendoti presentare, in un paio di righe, ai lettori.
Sono uno scrittore di poesia a carattere epico-mitologico, un saggista e un insegnante di composizione poetica. Nato a Palermo nel 1973, vivo e lavoro come Educatore a Settimo Milanese. Proprio nell’ambito didattico curo una serie di progetti letterari volti a promuovere la Poesia nelle Scuole, soprattutto corsi di composizione poetica e stilistica. Scrivo per diverse riviste sulla Poesia, e in qualità di curatore editoriale curo presso Edizioni della Sera la collana Hanami (poesia haiku).
Copertina di “Drak’Kast – Storie di draghi”
“Drak’kast”. Un’opera particolare e molto originale che si scosta, pur rimanendo in tema fantasy, dalle pubblicazioni del momento. Ci puoi raccontare da dove nasce e come mai hai deciso di utilizzare proprio la forma del poema?
Fughiamo intanto ogni indugio. “Drak’kast” nasce da un atto d’amore per la scrittura e non da una pianificazione editoriale o di marketing (tanto che risulterebbe contraddittorio e inadeguato). Ho deciso di utilizzare la forma del poema perché è il mio strumento naturale come lo è il pennello per il pittore o lo scalpello per lo scultore. Soprattutto perché ho sempre amato l’Epica antica, ne ho subìto gli influssi, e li ho rimodulati secondo un’ottica che tiene conto anche della modernità senza scadere nel tentativo di emulazione (lì, avrei fallito miseramente).
L’idea è nata da un progetto educativo che ho portato avanti quattro anni fa. Per l’esattezza, ho creato un percorso ideativo-immaginativo mettendo accanto 12-14 immagini di Ciruelo Cabral, mio illustratore preferito (che peraltro ha curato la quarta di copertina). Da qui, ho poi creato i relativi temi/capitoli e li ho sviluppati secondo una precisa sequenza. Il resto è stato tutto un lavoro di composizione in divenire sfruttando l’ispirazione dettata dalle tavole. La caratterizzazione del personaggio, invece, è nata basandomi sul modello mitico del cantore di Tracia, Orfeo. Personaggio ideale per lo sviluppo dell’incanto poetico attraverso il proprio strumento (tanto che Elkodyas non usa spada o altro, ma solo il suo liuto e il suo canto quali armi). Questa è l’epigrafe perfetta:
“Un verso, quale spada
in soli dieci, il trionfo”
Come avviene, esattamente, la composizione di un tuo testo poetico, e nella fattispecie di un poema?
La composizione di un mio testo parte quasi sempre da una base ispirativa molto forte. È raro che componga in maniera programmatica, ma accade. Del resto, sono stato sempre abituato a scrivere testi celebrativi per eventi o per altri artisti. Una volta che ho trascritto sul foglio sporadiche cellule tematiche legate a quell’unico e singolo momento ispirativo che le ha generate, procedo con lo sviluppo e con la revisione. Per ciò che concerne l’aspetto tecnico, avendo ormai automatizzato il linguaggio poetico, le compongo secondo una struttura specifica; situazione questa che mi permette anche di avere una forte componente improvvisativa. Ho studiato tanto per raggiungere un buon livello stilistico. La Poesia è soprattutto ricerca.
Alla fine compongo più come un compositore di musica che come un poeta. La Poesia è un immenso spartito testuale. Gli stati di esaltazione compositiva li raggiungo molto spesso con la musica adeguata in sottofondo, che preparo ad hoc.
Nel caso di un poema le cose cambiano a livello strutturale, soprattutto devo pensare alla componente diegetica, all’aspetto narrativo e alla costruzione del contesto (personaggi, ambientazione, interdipendenza versificatoria con i diversi temi trattati, e così via). È un grosso lavoro di pianificazione che, in ogni modo, tiene conto delle singole fasi ispirative, ma che vanno unificate e uniformate per raggiungere un alto grado di coerenza. Per scrivere un poema, serve inoltre un’ottimale conoscenza base della lingua, delle figure e dell’intero repertorio formulare e stilistico dell’Epica classica. Una cosa è gestire quaranta versi, e altra cosa è domarne tremila e passa (senza scadere in banalità o imbarazzanti ripetizioni).
Da poco, poi, è uscito anche “Kar’drak. La poesia dei draghi”, un’appendice a “Drak’kast”. Come mai hai deciso di dare ai tuoi lettori quest’appendice? E cosa possiamo trovarci dentro?
Ho deciso di far uscire questa appendice per approfondire la struttura poetica dell’opera. Soprattutto perché la struttura del verso riprende a livello fittizio il background dell’ambientazione: una teoresi che va di pari passo con la poesia esposta in Drak’kast. Ogni spazio, ogni virgola, ogni fonema riprende i dettami di questo speciale modo di comporre, in relazione alla figura del drago. Tale creatura diviene unità mensurale del verso.
All’interno del “Kar’drak”, il lettore troverà molte informazioni non solo sulla poesia dei draghi ma soprattutto sulle razze che hanno fatto grande questo periodo, come gli Adrar, gli elfi-drago, e i bardi, nella fattispecie gli incantatori di draghi; e ancora, la valenza poetica del muvarnak, il sigillo dei draghi.

Il drago, da come si può già intuire in queste risposte, è una figura centrale di questa tua opera. Perché proprio il drago?
Diciamo, prima di tutto, in via preferenziale; così come amo anche gli elfi. L’intento è stato quello di avvicinare ambedue le razze in un unicum d’eccezione. Secondo poi, le motivazioni hanno essenzialmente una base più profonda, che affonda la sua ragione d’essere nella parola, e di conseguenza nel suo rapporto prettamente concettuale oltre che semantico.
Il drago cessa di essere una mera creatura fisica e diviene così un vero e proprio simulacro, un eidolon al pari di una ninfa. Drago deriva dal greco “drakon” e nella fattispecie concentriamo la nostra attenzione sulla radice derkomai, ossia “avere un determinato sguardo”. Uno sguardo quasi ninfale che è quello della poesia, un eccezionale visore di una realtà altra, di una realtà straniata, inedita agli occhi del lettore e che scava all’interno del microcosmo di ogni singola strofa. In virtù dell’alleanza operata con gli elfi, al drago si lega però anche tale seconda natura, intesa come quella straordinaria incarnazione della Bellezza, della ricerca del Bello; insieme al derkomai, tale principio diviene in maniera estesa lo “sguardo profondo del Bello” il quale opera oltremodo attraverso una terza componente: la Musica. Qui, mi ripeto nuovamente, ma rende l’idea.
Fabrizio Corselli e Ciruelo Cabral
Hai fatto riferimenti a molte leggende e miti per scrivere il libro? Se sì, quali?
Non tanti, ma ci sono. In particolar modo, diciamo quello focale, il mito greco di Orfeo; personaggio importantissimo per l’evoluzione del protagonista del “Drak’kast”, sul quale è modellato l’intero aspetto concettuale del poema. Un potere d’incanto che ritrova il suo acme proprio in quella dimensione chiamata dai greci “apathe”, “illusione”. Capacità detenuta soprattutto dalla tragedia e dal teatro; un termine a noi più vicino è quello di “sospensione dell’incredulità”. I greci stessi chiamavano tale “illusione” col nome di goeteia (incantesimo, magia). Un mirabile incanto di cui fanno uso gli hadragnir, gli incantatori di draghi. In “Drak’kast”, le armi con le quali combattono gli eroi e i protagonisti, a eccezione di Ankyla che impiega Teuvar, un arco, non sono la spada o magari lo scudo, ma il proprio strumento musicale e perfino il canto.
Un altro mito cui faccio riferimento è quello di Endymion e Selene, in quanto la Luna è per eccellenza l’astro preposto all’ispirazione poetica. Per esempio, il nome del drago della Luna Enduenor, da cui prende il nome l’omonimo canto adoperato da Elkodyas nel prosieguo del poema, parte dalla stessa radice di Endimione (enduein, riferentesi al chiarore lunare).
Invece, per ciò che concerne il gusto epico del testo ho fatto qualche riferimento, ma molto blando, al “Beowulf”; un legame più profondo è stato invece l’uso delle kenningar (metafore perifrastiche).
Cosa invece hai messo di tuo?
Un’intera ambientazione a tema draconico. Essa è nata tendenzialmente per il gioco di ruolo, completa in se stessa, e molto articolata. È stato fortemente approfondito l’aspetto del drago e il relativo dominio, le sue relazioni con gli elfi in seguito all’alleanza stretta con loro dopo la Battaglia del Dyamar. Quest’alleanza, per quanto possa apparire semplice, ha dato vita a tutta una complessa serie di contingenze ed evoluzioni, non solo in campo linguistico, con l’unificazione dei due linguaggi (draconico ed elfico), ma anche per ciò che riguarda la magia, la nascita di nuovi manufatti e meccanismi d’ingegno draconico messi al sevizio dei vari popoli, e altro ancora. Pertanto il lavoro non è stato poi così difficile avendo già tutto a disposizione.
Soprattutto, di mio, ho anche inserito l’aspetto strutturale della poesia, come lo dimostra l’appendice presente alla fine del poema. È nato il “Kar’drak, la Poesia dei Draghi”.
Per l’occasione, i lettori possono scaricare presso il sito ufficiale di “Drak’kast” il manualetto in formato PDF “Dragon Tales”: una serie di estratti dall’ambientazione di Dragonbound, tanto per comprendere meglio il mondo in cui si sviluppa il poema.

Soffermiamoci un po’ sui nomi dei draghi e della maggior parte dei personaggi e luoghi che caratterizzano “Drak’kast”. Hai elaborato una vera e propria lingua tutta tua o altro?
Allora, diciamo subito che non vi sono state pretese o velleità nel creare una lingua vera e propria, soprattutto mancandone gli strumenti adatti. Non sono un linguista. I nomi hanno invece una profonda ricercatezza in termini eufonici, legati a quell’armonia ideale che pervade il testo e che caratterizza il background dei propri destinatari. Per ciò che concerne i draghi, vi sono degli accorgimenti molto specifici che si rifanno alla “lingua” del nùmenak (lingua degli elfi-drago) e all’impiego dei menàr, protesi linguistiche che vengono associate ai nomi, e non solo, per stabilire il tipo di sfera emotiva della creatura. Un esempio tipico è l’aggiunta di –astyrre alla fine del nome che delinea non solo la gerarchia del drago ma il suo grado di potere. Astyrre è un menàr stesso, con valenza d’incanto; oppure –andras che definisce il potere oscuro di un drago o il suo lato più intimo. Il nome originario di Elkodyas, il Bardo, protagonista del “Drak’kast”, è invero Elkànandras, in quanto drago, cioè “diviso a metà”; questo sta a definire le sue due forme (elfica e draconica).
I draghi, specialmente negli ultimi anni, sono tornati molto alla ribalta grazie alla Troisi e a Paolini. Cosa pensi dei draghi nel panorama letterario attuale?
Secondo me, i draghi non sono mai tramontati, sono rimasti solo silenziosi all’interno del proprio giaciglio immaginifico, covando nel tempo il proprio potere. È una questione che può essere applicata a qualsiasi campo, finché non si trova qualcuno che decida di riparlarne, mettendolo nuovamente in gioco. Poi, i draghi, così come i vampiri o gli angeli, sono sì abusati, secondo molti, ma il tutto dipende da un diverso punto prospettico. Se dovessimo fare il ragionamento di molti, avremmo dovuto smettere già da tempo di scrivere per esaurimento dei temi letterari. Bisogna applicare ciò che Pitagora chiamava polytropia, la multiformità, quella capacità di vedere le cose da una prospettiva sempre diversa, sotto una diversa luce. Secondo me, i draghi sono ancora un bel mondo da riscoprire. Ho apprezzato molto le creature draconiche di Robin Hobb e della Le Guin, e attualmente sto apprezzando, anche se ancora è poco come materiale, quelli di Martin. I draghi non spariranno mai dall’ambito editoriale, sono l’essenza del fantasy.
E in che cosa differiscono i tuoi, di draghi?
I miei draghi partono sempre da una base classica. Chiamati anche Faraudi (quelli di antica discendenza) essi sono detentori d’una magia portentosa, nata oltremodo dall’unificazione del loro linguaggio con quello degli elfi. Ogni drago, in particolar modo la femmina, possiede l’Ajar, “il lamento. L’Ajar in virtù del suo potere mistico ha una doppia funzione; quella di amplificare la memoria del “neonato” quando ancora dentro l’uovo, quella di fissarvi il sapere necessario per la sua crescita e sopravvivenza, e quella di sviluppare e imprimere in maniera duratura le proprie abilità draconiche, soprattutto i sensi.
L’Ajar ha influenzato nel tempo la vita dei draghi, e anche quella degli adrar, gli elfi-drago derivandone un uso davvero straordinario. Il “lamento” non solo è impiegato come forma artistica ma come una sorta di chiave d’accesso alle molte strutture delle città draconiche. In base al tipo di drago, ognuno ha sviluppato più o meno una funzione specifica. Per esempio, i draghi blu impiegano il lamento come grido di guerra per aumentare il proprio ardore in battaglia, mentre quelli d’argento per amplificare gli effetti delle proprie composizioni, nello specifico i bardi, e ancora quelli verdi per “manipolare” alcune strutture arboricole o per parlare con le piante mediante una sorta di linguaggio mistico.
Da questo punto di vista, il drago è in grado di plasmare la materia circostante e i pensieri ma soprattutto le emozioni, divenendo una sorta di potere di manipolazione; e tutto questo attraverso la musica e il canto quali mediatori eterei. Potere di cui fanno uso gli hadragnir (oltremodo discepoli di tali draghi).
La seconda caratteristica essenziale che accomuna i miei draghi, oltre al possedere l’Ajar, è l’accesso al draknamal: una sorta di memoria alveare che la maggior parte delle creature draconiche condivide in virtù della sua eredità genetica. Un inesauribile contenitore di esperienze, di conoscenze, addirittura d’incantesimi della sfera draconica e poteri correlati al quale il drago può accedere attraverso la magia; nella fattispecie, attraverso parole di comando derivate dal linguaggio unificato (il Teframar) che aprono canali specifici all’interno della memoria alveare. Il più delle volte, nei draghi ciò accade in situazioni davvero particolari, per esempio quando sono in pericolo o in un profondo stato di concentrazione. Il draknamal gioca un ruolo davvero importante per la vita di un drago, e quindi la sua vita è più sacra, specie se in relazione alla Via dell’Incanto che disciplina la vita dei draghi e di ogni razza esistente.
La terza componente essenziale. Ogni drago possiede il nyuarad, ossia la manipolazione del soffio. Questo grazie alla profonda pratica del tymàl, una sorta di condivisione con un altro essere della propria razza, nel condividere esperienze, pensieri, sogni e conoscenza, ereditata dagli elfi. Grazie a ciò, il drago ha accresciuto la propria componente individuale, riflettendosi in una maggiore capacità di controllo e concentrazione. In questo mondo, i draghi possono piegare letteralmente il proprio soffio alla loro nuda volontà, dandogli forme diverse: chi di frusta, di anelli o dardi, o impiegandolo addirittura per controlli metabolici. Gli Erodek, i draghi berserker, riescono perfino a impiegare il soffio quale energia primigenia per lavorare alcuni metalli speciali, divenendo così eccelsi collaboratori dei fabbri.
Elkdoyas il Bardo, protagonista di “Drak’Kast”
A proposito, potresti spiegarci meglio come funziona la Via dell’Incanto?
La via dell’incanto è una sorta di codice, che in ogni modo è stato rafforzato dopo l’alleanza con gli elfi, e proibisce l’uccisione di un qualsiasi drago. Questo, perché? Molto semplice. Perché il sapere da lui detenuto sparirebbe per sempre dalla memoria alveare del draknamal rendendo impossibile la sua condivisione. Quando un drago muore naturalmente il suo sapere confluisce all’interno del draknamal attraverso un evento, quasi rituale, che i saggi chiamano “dyurkast”, “ultimo soffio”. Gli Innuandili, i Draghi della Luna sono convinti che l’ultimo soffio venga accolto dall’emanazione lunare, fondendosi con essa, e altresì rendendo la Luna di Loirel unica depositaria di un tale sapere (da qui, la manipolazione dell’Innùamar, il “pallido fuoco”, ossia l’emanazione lunare, come la chiamano gli elfi, diventa un’azione davvero nodale per i relativi manipolatori). Una morte violenta al contrario dissiperebbe tale conoscenza, senza attivare l’ausilio del dyurkast, disperdendolo al nulla come cenere al vento. Con la morte del drago quindi viene a cessare l’esistenza di una porzione di sapere indispensabile per l’accrescimento del potere dell’intera razza draconica. Segreti millenari andrebbero perduti per sempre, e di conseguenza la loro fruizione da parte di altri draghi e difensori. La questione comunque è molto più complessa, e il lettore potrà trovare un approfondimento su Dragon Tales, in particolar modo la valenza dei dyur, i sigilli del soffio, sfere di cristallo con le quali gli incantatori riescono ad assorbire l’ultimo soffio” del drago, in punto di morte.
Da ciò, gli hadragnir e gli incantatori hanno imparato a usare l’incanto e i propri strumenti musicali quali armi ideali per soggiogare la volontà di un drago senza ucciderlo. Poi, non è proprio così, essendovi hadragnir corrotti e soprattutto una lunga quanto atavica disputa con gli ammazzadraghi, nemici per eccellenza degli stessi difensori.
C’è un passaggio del tuo libro relativo ai draghi che ti piacerebbe citarci?
Diciamo che c’è molto sui draghi, anche quando non compaiono direttamente, dato che il protagonista è un naùstarak, ossia un drago metamorfosato; questa è una delle caratteristiche principali del poema, e del personaggio. Alcuni passaggi molto particolari non posso citarli poiché nodali ai fini della “trama” e della risoluzione di alcune azioni. Comunque questi sono alcuni passi che amo molto, soprattutto molto descrittivi (sono soltanto degli estratti, s’intende).
“Sul dorso della mano
come cucciolo avvinghiato
al seno materno
fulgido compare quale marchio
la sagoma di un drago bianco.
Di rosso s’illumina
tempestivo il suo contorno
mentre di Elkodyas
la chioma prende piena vita
sfilando l’elmo dalla sua fronte.
Scorrere, percepisce
lungo il proprio avambraccio
l’energia d’un tempo,
come braci le ossute falangi
e non meno il suo cuore.
L’arco tira fuori
dalla propria sacca di pelle
e biforcute due frecce
incocca, nell’adagiarle
sul sottile filo di resina.
Aumenta la tensione
nel derivarne la giusta misura
come quando egli
compone le proprie ballate
equilibrando il numero dei versi.”
(Estratto da “Drak’kast – Storie di Draghi”)
Progetti futuri? Hai già qualcosa a cui stai lavorando? Ci puoi svelare qualche anteprima?
Per il futuro vi sono molti progetti, alcuni a lunga scadenza e altri molto vicini. La pubblicazione di quest’anno è, di sicuro, la più importante: un ritorno alle origini, un’opera di poesia che affonda le sue radici nel poema sinfonico. È l’opera che ho sempre voluto scrivere. Per ciò che concerne il fantasy, vi sono due poemi in vista, uno sullo stile di “Drak’kast”, e l’altro un tributo al “Beowulf”.
In più, quest’anno porterò avanti diversi corsi di composizione poetica e stilistica presso le Scuole Elementari di Settimo Milanese.

Fabrizio, è stato un piacere averti ospite nel ‘meleto’. Grazie mille per la gentilezza e la disponibilità e… alla prossima!
Grazie a te e al “meleto” per questo bellissimo dialogo. 
QUI il sito di “Drak’Kast – Storie di draghi”
QUI il sito dell’autore Fabrizio Corselli.
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