Intervista a Benedetta Palmieri, autrice de I Funeracconti

Iniziamo la settimana con una scrittrice che sono davvero molto contento di poter ospitare.
Ho letto solo il suo ultimo lavoro e ho avuto il piacere di scambiarci giusto qualche mail, però la sua intelligenza e il suo acume sono palesi, e quindi il poterla ‘rapire’ per qualche domanda mi rende tanto, tanto felice.

Lei è Benedetta Palmieri, autrice di quel bel gioiellino che è I Funeracconti, un’antologia di storielle incentrate sulla morte e sui funerali, edito da Feltrinelli, che io ho commentato a QUESTO link.

“Ironia. Gli sembrava quasi una parola onomatopeica. Come se il suo suono fosse già di per sé beffardo. Si chiese distrattamente se quella piega ironica avesse a che fare con qualcosa che riguardava l’aldilà. Piuttosto che preoccuparlo, la cosa fu a un passo dal divertirlo”

Un presenzialista dei funerali. La capintesta di una blasonata agenzia di pompe funebri. Un parco a tema che promette di far morire dal divertimento. La redazione di “Glamourt”. Un collezionista di rarissimi carri funebri. Una dama di condoglianza. Un tumulatore di animali domestici. Un necroforo di fiori d’appartamento. Le ultime volontà di un uomo generoso. Un neo-defunto alle prese con la burocrazia.

Dieci racconti che iniziano quando tutto finisce.
Dieci racconti che giocano con la morte e con le sue innumerevoli declinazioni – qualche volta drammatiche, spesso assurde, sempre umanissime.
Dieci racconti e un filo che li tiene insieme.
Benedetta Palmieri affronta uno degli ultimi tabù con ironia partenopea e scaramantico disincanto, perché dietro la paura della morte c’è un mondo da raccontare.

Se non lo avete ancora fatto, vi invito caldamente a leggerlo, ma prima concedetevi qualche minuto per scoprire cosa ci siamo detti.

Chi è Benedetta Palmieri? E come arriva alla scrittura professionale?
Chi è Benedetta Palmieri… Io sono una che si analizza molto, che cerca di stare attenta ai perché delle cose che fa e che pensa; quindi ci sono aspetti di me che mi sono chiarissimi. Ma altri ancora no. Così ogni tanto vado un po’ a tentoni, cercando di capire cosa davvero mi faccia paura e dietro cosa invece mi nasconda; o perché a volte trancio le cose di netto e altre galleggio sulle sfumature.
Alla scrittura professionale ci sono arrivata perché lo desideravo e ci ho provato, credo. E ci sono entrata da più porte; nel senso che per lavoro ho quasi sempre scritto: giornali, siti, riviste, uffici stampa. E poi i tentativi di scrittura creativa (o più creativa…), piccole pubblicazioni, fino ad avere la fortuna di arrivare a Feltrinelli – incrociando le persone giuste nel posto giusto (e forse anche nel momento e con il progetto giusti).

A proposito di progetti giusti, parliamo un po’ del tuo ultimo libro, I Funeracconti, il cui tema centrale è la morte e il funerale, come si può facilmente intuire. Come mai questo argomento considerato quasi un tabù nella vita quotidiana?
Forse proprio perché è un tabù. Certamente perché lo era per me.
Era un modo per esorcizzarla, ma anche di parlarne – semplicemente. Un modo per prenderne atto, di metterci le mani e toccarla con familiarità. Un modo di dire che il rapporto con la morte è soggettivo e appartiene ai vivi – e quindi ci sono tanti rapporti con la morte, tante maniere di affrontarla, di pensare a lei, di viverla alla fine dei conti.
E poi, anche creativamente mi sembrava un argomento potenzialmente pieno di sfumature, di possibilità.

Infatti tu sei riuscita a utilizzare davvero una miriade di sfumature per questi racconti: visione comica, drammatica, quotidiana, barocca… hai osato molto. Ma come hai trovato l’ispirazione? Da dove pensi siano nati i semi per ogni storia? Hai utilizzato un metodo preciso, oppure ti si accendeva, di tanto in tanto, la classica lampadina?
Diciamo un po’ tutto. Io sono più da lampadina, più da seme di qualche specie strana che mi cade in testa. Però a quelle lampadine e ai quei semi cerco di preparare corrente e terreno.
Rifletto molto – quasi ossessivamente – sulle cose, sugli argomenti che mi stanno a cuore, su quelli dunque su cui desidero scrivere; e aspetto che i pensieri si assestino in me e prendano delle forme che mi convincano.
Poi c’è la parte più legata alla scrittura in senso fisico, ossia quando mi metto lì davanti al computer. E lì di solito prende il sopravvento il fatto che a me piacciono proprio le parole, le immagini che creano, il suono che producono. Così mi faccio trasportare da questo.

Sì può anche dire che c’è molta Napoli in questi racconti, giusto? Quanto le tue origini hanno influito sulla creazione? E secondo te, se tu non fossi napoletana, quanto sarebbero diversi da come sono usciti?
Giusto. Direi che si può proprio dire: c’è tanta Napoli.
Non so valutare quanto i racconti sarebbero stati diversi se io non fossi stata napoletana. Credo che alcuni non sarebbero proprio esistiti – e penso soprattutto a Gaeta’, ma anche a Maria Addolorata e all’atmosfera della Dama di condoglianza. Altri invece probabilmente appartengono solo alle mie riflessioni più intime. Però, sai cos’è? Le riflessioni intime dipendono pur sempre da quello siamo, e io sono nata e vissuta a Napoli, ho respirato l’odore della morte di questa città e ne ho scorto i tratti, ho visto la devozione e la rabbia cieca nei confronti della morte, la disinvoltura nel rapporto con lei. Quindi non riesco a scindermi dalla città, e in questo senso non riesco a scindere neppure i racconti da lei.

C’è qualcuno dei racconti della raccolta che ti piace di più? O che senti di più? E se sì, come mai?
Domanda difficile. O meglio: risposta difficile.
Però – anche se mi sento una traditrice quando confesso una preferenza tra i racconti (e se, appena confessatala, mi viene in mente una ragione per preferirne un altro) – direi di sì. E direi: Testamento, perché è quello che ho più dentro; la Dama di condoglianza, per Napoli; Gaeta’, per la freschezza. E poi Maria Addolorata, perché le sono riconoscente: è la prima di cui ho scritto, e mi ha aperto un mondo.
E adesso fammi subito un’altra domanda, altrimenti ci ripenso.

In “Dama di condoglianza” dici che la morte non è una questione di religione, ma di giustizia. E’ davvero così? Capire se una morte è giusta o no è probabilmente davvero una delle prime cose che si fa, penso per esempio ai discorsi: “Non è giusto, era troppo giovane”, “Non è giusto, aveva tre bambini”. Tu come sei arrivata a questo pensiero? E’ anche una tua opinione? E poi… esisterà una morte che consideriamo giusta?
Scrivere e inventare personaggi ti dà la possibilità di sperimentare anche pensieri diversi dal tuo, o comunque pensieri che poi non praticheresti. D’altro canto, li hai elaborati tu, e quindi un po’ ti appartengono per forza – parlo proprio di parto, non necessariamente di condivisione.
Detto questo, quel pensiero non è precisamente il mio, ma gli si avvicina. Io non sono credente, e non riesco a vivere la morte in un’ottica religiosa, non riesco a spiegarmela o giustificarla con le “ragioni” della religione. Per quanto sia evidentemente un metodo impraticabile (e foriero ugualmente di dolori, che inevitabilmente sarebbe considerati ingiusti) stimerei la giustizia un parametro più affidabile: più concreto, più esatto, persino più rassicurante.
La Dama di condoglianza riconosce la propria idea di questa giustizia nell’utopica possibilità di distribuire la morte in rigoroso ordine cronologico; ma io sono più complicata di lei.

Proprio all’inizio del libro c’è un uomo a parlare, un uomo a cui è morta la moglie e che afferma quanto sia peggio, per un uomo, rimanere solo. Secondo te è davvero così? E’ più difficile per un uomo perdere la propria compagna, piuttosto che viceversa? E se sì, come mai secondo te?
Ci sono troppi elementi in ballo perché la risposta possa essere una e definitiva.
Ci sono uomini e ci sono donne. Ci sono le coppie omosessuali – per le quali quindi questa spartizione di capacità di resistenza tra gli uni e le altre perde senso. E ci sono soprattutto caratteri, e affetti – vissuti con intensità e in maniere differenti. Ci sono equilibri nei rapporti, stili di vita, dedizioni e paure. Investimenti emotivi, possibilità.
Guarda, forse è generalmente vero che le donne sono più autosufficienti; e non mi riferisco meramente alla sfera della concretezza. Che abbiano più strumenti per la sopravvivenza. Ma io lì ho immaginato una situazione, una famiglia, un matrimonio con quelle caratteristiche; e dunque un uomo (quell’uomo) spiazzato e impaurito, stanco all’idea di dover riassestare la propria vita.
Però, per esempio, nel libro c’è anche una vedova che non riesce a superare la morte del marito. E alla fine entrambi i personaggi riservano delle sorprese.

Già, è vero. Tutti, alla fine, affrontano le morti a loro vicine in maniera propria. Di solito, comunque, la morte la si preferisce non nominare, o comunque costituisce un argomento di certo poco affrontato. Credo che questo tuo lavoro, magari anche solo in minima parte, possa aiutare a far pensare a questi temi più serenamente? Oppure non ci riusciremo mai?
Onestamente, non riesco a immaginare di poter modificare – anche solo in minima parte – la percezione della morte. Mi sembra tanto.
E’ una questione culturale dalle radici troppo profonde, e gestita assai malamente.
Credo ci sia necessità di un’educazione più onesta a riguardo, di una preparazione umana più attenta. (E mi metto tra quelli che ne avrebbero bisogno).
Se poi parlarne – e aver tentato di farlo con naturalezza – è comunque utile, non posso che esserne felice.
A ogni modo, non so se ci riusciremo mai ad affrontare l’argomento serenamente, ma io mi ostino a credere che i cambiamenti siano possibili.

Ma pensi che, se si riuscisse a parlarne di più con naturalezza… allora la si affronterebbe con più naturalezza? Che poi, è davvero una questione culturale? O è semplicemente il fatto che, come dici tu in Glamourt, ‘ci manca l’esserci’, ci manca ‘la materia’, e ci mancherà sempre? Cioè… è davvero possibile vedere la morte con naturalezza e serenità?
Qui bisognerebbe aprire un discorso amplissimo e pieno di distinguo.
A ogni modo, proverò a mettere ordine in testa, e a essere più chiara e sintetica possibile. Però non garantisco un discorso lineare; magari vado un po’ per segmenti.

Non so se soffriremmo meno per la morte – la nostra e quella degli altri – se fossimo permeati di una cultura meno ottusa a riguardo. Molto probabilmente no. (E comunque, come al solito, anche quella sarebbe recepita da ciascuno a proprio modo).
Ma credo che la cultura debba offrire strumenti per aprire la mente e vivere con maggiore consapevolezza, e la società presentarsi come uno spazio adeguato nel quale fare ognuno il proprio percorso nel modo migliore possibile. Mi sembra innegabile che questa cultura e questa società non rispondano a questi criteri.
Il loro cambiamento sarebbe solo il punto di partenza. Ma il punto di partenza è importante.
E’ vero: la cultura e la società le facciamo tutti. Ma non si può far finta di non sapere che non tutti i pensieri hanno le stesse possibilità e gli stessi modi di arrivare alle persone.

Dicevo dei distinguo. Come si fa a non fare differenza – e faccio l’esempio base – tra le morti premature e quelle in vecchiaia?
Ma se per provare ad accettare le prime ci vuole una resistenza disumana, sarebbe bello se alle seconde si potesse arrivare con animo pacificato. Ho sempre immaginato (e sperato) che la vecchiaia potesse farsi forte di stati d’animo capaci di accompagnare con delicatezza verso la fine; e invece qui sembra che nemmeno per la vecchiaia ci sia posto.

Infine. Io non voglio e non posso convincere nessuno; soprattutto perché desidererei tanto che qualcuno convincesse me.
Ma ci credo nell’idea che la morte dovrebbe essere considerata un dato di fatto, un passaggio obbligato, un termine da tenere presente, persino un – lo scomodo di nuovo – punto di partenza per farci riflettere sulla nostra vita. Insomma, fare finta di niente o ossessionarsi al pensiero di dover morire, non aiuta di certo. Se una possibilità di aiuto esiste, può essere solo quella di “normalizzare” l’idea della morte. Credo.

Credo che questa sia una risposta che fa riflettere e per la quale bisogna concedersi qualche momento di riflessione.
Ovviamente io dissacro questo momento e ritorno a qualcosa di più leggereo! 🙂

Siccome qui siamo dei gran curiosoni, vorrei proprio sapere se stai già lavorando a qualcosa di nuovo e se è già possibile accennarci qualcosa.
Sì, ci sto lavorando. E’ un progetto nato più o meno insieme ai Funeracconti, forse addirittura prima; ma poi loro hanno preso il sopravvento.
Però, anche se ho già dello scritto, ci sto lavorando più che altro mentalmente.
Un po’ perché in questo periodo sono abbastanza presa dal libro appena uscito e dalle cose da fare per lui (per fortuna); e un po’ perché devo ancora chiarirmi alcune idee.
Io ho spesso bisogno (ma forse si sarà notato) di sfinire quello che penso, per tirarne fuori qualcosa che mi convinca abbastanza. E – anche se poi riesco a godermi pure la bellezza di sedermi e scrivere, facendomi portare quasi solo dalle parole – in questo momento ho bisogno di fare quel lavoro.
Ma non riesco ancora a dire di cosa si tratta, scusami.

Nessun problema, è giusto così!
E parlando del tuo metodo per stendere i tuoi lavori mi sorge spontaneo chiederti che rapporto hai con la scrittura. Tu sei anche giornalista, giusto? Immagino siano due cose ben diverse ma… scrivere è una necessità, uno sfogo, un divertimento, una fatica?
E’ tutte le cose che hai detto. E anche il modo, o il tentativo, di “tenere” le cose – di afferrarle e insieme di inventarle e lasciarle andare.
E’ la ricerca di quel bellissimo equilibrio di suono e di senso che a volte dice esattamente quello che hai dentro.

Siamo arrivati alla fine ma, prima di salutarti, siccome a me, ma anche ai miei lettori, piace scoprire sempre libri nuovi, avresti qualche lettura che hai fatto di recente da consigliarci?
Di norma detesto consigliare qualunque cosa: libri, film ristoranti… Ho sempre paura di deludere le aspettative. (Ed evito di imbarcarmi nel discorso sul momento in cui incontri le cose, sulle ragioni del perché ti piacciono o non ti piacciono).
Mi butto.
Letto ultimamente: La storia di un matrimonio, di Andrew Sean Greer – un bel libro; con delle piccole micce sparse qua e là.
Letto qualche tempo fa: Fuoco su Napoli, di Ruggero Cappuccio – sconquasso dentro, e uno dei più bei libri dedicati a Napoli.
Comprato di recente, ma appena cominciato: Le intermittenze della morte, di Saramago – Saramago è una sicurezza, e poi per restare in argomento.

L’intervista è finita.
Io ringrazio di cuore Benedetta per il tempo dedicatomi, per la gentilezza e per le bellissime risposte. Mi ha dato modo di riflettere e pensare a una cosa di cui, lo ammetto, ho molta paura. Grazie infinite!
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4 pensieri su “Intervista a Benedetta Palmieri, autrice de I Funeracconti

  1. Messa sul kindle e letta tutta!
    Mi è piaciuta moltissimo questa intervista, il libro è uno di quelli che bramo maggiormente. Spero tanto di riuscirne a recuperare una copia per Natale.
    p.s. Ti darebbe fastidio se segnalassi l'intervista da me? Eh, lo so, potrei farmi gli affari miei, quindi se ti provoca fastidio o semplicemente preferisci di no, dimmelo pure. È semplicemente che trovo tutto molto interessante.

  2. Passando da Chagall ho trovato la scorciatoia per arrivare da te^^ Complimenti per l'intervista, domande molto interessanti e risposte intelligenti. Tutto il tema del libro mi attira ma credo aspetterò un po' a leggerlo…

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