Io e Luca

Oggi voglio segnalarvi una chiacchierata mascherata da intervista che ho fatto con Luca Azzolini, autore de Il fuoco della fenice, curatore di Sanctuary ed editor per la collana fantasy di Reverdito editore.
Se siete curiosi e volete scoprire cos’ho chiesto e cosa mi è stato risposto, leggete qui di seguito oppure andate su The Fantasy World.
Buona lettura!

Ciao Luca! Grazie mille per aver accettato l’intervista e ben venuto a The Fantasy World.
Grazie a te, e a The Fantasy World per avermi invitato!

Giusto per farti conoscere a chi ancora non ha sentito parlare delle tue gesta, ti andrebbe di parlarci un po’ di te?
Iniziamo bene! Devi sapere che ho sempre detestato alla grande tutti i temi che puntualmente, dalle elementari alle superiori, iniziavano con “parlaci un po’ di te”. Sono molto riservato e riflessivo. Però ora mi impegno, dunque.

Sono un ragazzo di ventisette anni, vivo in provincia di Mantova, mi sono laureato in storia dell’arte nel 2009 presso l’Università degli Studi di Verona, e da un anno lavoro con editor e ghostwriter. Ho sempre scritto, fin da piccolissimo. Preferivo giocare a “fare lo scrittore” piuttosto che (inserisci sport o gioco a scelta). Tenevo un’agenda piena zeppa di racconti che scrivevo incrollabile (dai thriller ai gialli) e in certi casi illustravo, ma ben presto il gioco è diventato una passione, tanto che a diciassette anni ho scritto il mio primo racconto, pubblicandolo poi a diciotto in un’antologia. Chiudo con una frase fatta, che più fatta non si può: da lì non mi sono più fermato…

(Ok, come tema standard me la cavo con un 6 stiracchiato, che dici?)

Essendo tu anche un avido lettore, qual è il tuo libro preferito? O comunque quelli che ti piacciono di più?
Sono prima di tutto un lettore! Dunque. Se mi sono appassionato al fantasy lo devo al ciclo di Darkover di Marion Zimmer Bradley, in particolare a La Sfida degli Alton che adoro. Ma leggo di tutto, e mi piacciono/consiglio a tutti: Le Ore di Cunningham, La Strada di McCarthy, Dune di Herbert, Memorie di una Geisha di Golden, Misery di King, Harry Potter della Rowling, le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di Martin, ma anche parecchi saggi e biografie che, spesso snobbati da chi legge solo romanzi, sono da sempre la base imprescindibile per idee non ovvie.

E quello che proprio non sopporti, se ne hai uno?
Più di uno, credo sia normale. Più che altro non hanno dato seguito alle mie aspettative, e questo li ha “folgorati” in partenza. Da Sabriel di Nix alla Serie di Landover di Brooks. Non fanno per me.

Sei autore, curatore, editor… ma quando è nata, in te, la passione per la scrittura?
In parte ho già risposto. Come ho detto giocavo allo scrittore, ma con una costanza che non si applica di solito ai giochi. Da piccolo, inoltre, ho sempre snobbato un po’ i romanzi (il primo che ho letto è stato il libro Cuore, a otto o nove anni).

Leggevo invece cose come “C’è vita nello spazio?” o “Riti funerari degli Egizi”, insomma a dieci anni sapevo con esattezza cos’erano i Vasi Canopi e come avveniva l’imbalsamazione di un corpo. A quel punto, mi pare d’intuire ora, la via era già segnata e non mi sorprendo più di tanto nell’aver fatto studi storico-artistici. La scrittura però è sempre stata lì, a nutrirsi del resto.

E per la narrativa fantastica?
Un bivio. Vero e proprio. Ricordo con esattezza quando è successo. L’estate del 1996. Non ero un lettore del fantastico fatto e finito. Avevo letto qua e là racconti, più che altro nelle antologie scolastiche delle scuole medie. Poi, per un compito estivo, per il quel dovevo leggere e fare schede di lettura di un libro a scelta, mi ritrovai a dover scegliere un romanzo. Ma quale? Trovarsi in una libreria e dover scegliere un solo romanzo non è impresa facile, soprattutto se non si ha ancora un gusto personale. Alla fine mi gettai, e presi tre romanzi: Andromeda di Cricton, Le Foreste di Darkover della Zimmer Bradley, e un Landover di Brooks.

Recensii Andromeda, mi sembrava il libro più “serio” tra i tre (ma cosa potevo pretendere da una scelta tanto involontaria? Prova a immaginare cosa ne sarebbe stato di me avessi afferrato al volo, non so, un libro di Liala. Oggi ci sarebbe da ridere!). Però, anche se avevo recensito Andromeda, mi aveva rapito per sempre il mondo di Darkover. Lessi quel romanzo di 120 pagine (pochissime) in tre giorni. Non perché non riuscissi a finirlo in minor tempo, ma perché NON volevo finirlo.

Da lì è iniziato tutto, perché subito dopo ho scoperto che esistevano prequel e sequel, e lessi subito La Sfida degli Alton.

Cosa significa per te essere uno scrittore?
Esprimersi. Viaggiare. Liberarsi.

C’è una frase bellissima, che rubo, dal libro Le Ore di Cunninghum: “Lei (Virgina Woolf) ha due vite. La vita che sta vivendo, e quella del libro che sta scrivendo.”

Mai stato più d’accordo.

E cosa essere un editor? Quali difficoltà e quali differenze con l’essere autore?
Non c’è la fatica di dover creare, ma quella di dover supervisionare tutto. L’editor non è solo un correttore di bozze, ma segue anche il corretto svolgersi del romanzo. Il senso. La struttura. I personaggi. Il ritmo. La sintassi. La logica. C’è un grosso lavoro dietro. Sei il padre adottivo del libro, non è tuo, ma è come se lo fosse. Se il padre naturale può permettersi di essere più permissivo, giocoso e creativo, tu invece devi “educare” il testo, nel rispetto del suo autore, perché possa presentarsi a tanti.

Come scrivi? Hai dei riti particolari? Preferisci la solitudine, oppure avere della musica in sottofondo?
Nessun rito particolare. Progetto il più possibile la trama per non trovarmi mai a un punto morto del romanzo, chiedendomi “e ora?”. Questo cerco di evitarlo, ma so anche che la struttura del romanzo non è mai così imbrigliata da non permettermi qualche ripensamento in corsa. Se nel mentre trovo soluzioni più convincenti, ho sempre il tempo, lo spazio e il modo di inserirle.

Scrivo solitamente senza musica, perché quando scrivo voglio che l’emozione arrivi solo dal testo che ho davanti a me e non da componenti esterne. Ma faccio di tanto in tanto delle pause ascoltandola.

Ci racconti un po’ com’è nato Il fuoco della fenice?
È nato in un momento particolare. Sul finire del 2007, tra novembre e dicembre di quell’anno. Ed è strano, ma non ricordo con esattezza il perché ho scritto quel libro. Era il quinto che scrivevo, i primi quattro sono tutt’ora nel cassetto (e lì rimarranno). Avevo solo poche scene in testa, l’inizio più che altro. Scrivevo ancora senza un metodo professionale, però c’era qualcosa di diverso da quel romanzo rispetto gli altri. E me ne sono accorto quando l’ho finito nel giro di poche settimane. Appunto tra novembre e dicembre del 2007. Oggi mi dico semplicemente che voleva essere scritto, per diventare il mio primo romanzo edito.

Quanto di te c’è in questo libro? Quanto dalla vita reale?
Tanto. Forse troppo. Credo che sia il pregio e il difetto di quel libro. È risultato molto piacevole scriverlo, è piaciuto molto e le critiche sono state (posso dirlo a distanza di due anni dalla pubblicazione) poche. Però c’è finito dentro tanto Luca. E si ritrova con una certa facilità, soprattutto per chi mi conosce bene. Sia in Twil sia in Alcor, i due protagonisti.

Una scena per tutte. La morte del nonno di Alcor è arrivata poco dopo la scomparsa di mio nonno, nell’ottobre 2007.

Hai avuto degli ispiratori che ti hanno particolarmente influenzato nel tuo lavoro?
Senza dubbio Marion Zimmer Bradley. È palese il debito che ho nei confronti di questa magnifica autrice, che ho stemperato con scene alla George R.R. Martin (un capitolo per ogni personaggio: Twil, Alcor, Predicatrice), e il tutto mescolato a un gusto Urban Fantasy.

Io, personalmente, sono rimasto molto colpito dal tuo aver rielaborato delle ‘creature’ che non vengono poi molto usate. Nel tuo romanzo hai praticamente re-inventato la fenice, in Sancturay hai creato il bambino-unicorno… da dove nascono queste tue idee?
Il ragazzo-unicorno è uno dei personaggi che amo di più in assoluto, e mi dispiace averlo relegato soltanto in un racconto breve. Mi piacerebbe dargli più spazio, più pagine. Vedremo. In quel racconto c’era anche la fata “geisha”, e nel romanzo il Fuoco della Fenice, oltre alla fenice che ne dà il titolo, ho riadoperato la figura della sfinge.

Non so, nascono da un gusto personale. Solitamente faccio degli accostamenti, che possono sembrare azzardati, ma che si sposano bene. Una fata con i colori e l’aspetto di una geisha. Due creature affascinanti che, mescolate assieme, non possono far altro che raddoppiare quell’effetto. È questo che ricerco quando scrivo, un fascino nuovo in elementi noti e spesso abusati.

E, a proposito di Sanctuary, ci fai un po’ di genesi anche qui? Credo sia stata una delle esperienze più interessanti degli ultimi anni, per quanto riguarda le antologie fantasy.
Grazie, mi fa piacere sentirlo.

Sanctuary nasce dalla mia passione per le antologie classiche del fantastico, ma calate in un contesto moderno, fresco, nuovo. Volevo un’antologia di valore, con autori di assoluto valore, ma che desse spazio anche a giovani esordienti. Non mi rendevo conto di quello che stavo facendo, ma nel giro di qualche mese sono arrivati centinaia di racconti di autori più o meno giovani, le risposte entusiaste dei più importanti nomi della narrativa fantastica italiana, e il mobilitarsi di siti tematici. Sanctuary aveva preso forma.

Che Sanctuary abbia fatto scuola si vede ancora oggi. Le sorelline-clone dell’antologia sono spuntate come funghi qua e là, e a maggior ragione sono contento dell’impatto che ha avuto un lavoro come quello. Era un segnale. Forte.

Anche in Italia si può fare, e fare bene.

Per creare Sanctuary hai lavorato con molti scrittori abili, ma differenti: com’è stato lavorare con loro? E come sei riuscito a metterli insieme?
Sanctuary non è solo un’antologia. È un’antologia-romanzo. Il mio racconto, spezzato in due metà, crea un Prologo e un Epilogo alle storie degli altri. Non ho fatto tutto da solo, gli autori in primis sono stati gentilissimi e sempre disponibili, e l’editore Edoardo Valsesia di Asengard ha creduto da subito in questa esperienza.

Dare vita a un mondo è stato il meno, anche se impegnativo, sono stati gli autori a viverlo e a riempirlo di storie.

La situazione del fantasy italiano è stato anche tema di un dibattito al Lucca Comics and Games di questo mese. Qual è il tuo punto di vista?
Ne ho parlato in una conferenza, assieme a Pierdomenico Baccalario, Mark Menozzi e Francesco Dimitri, voluta dai ragazzi di Fantasy on Air. Il fantastico italiano è vivo e vegeto, esattamente come quello d’oltreoceano. La qualità è varia, con punte altissime e tentativi meno sicuri e piacevoli, ma questo succede anche tra gli autori americani (e lo vediamo da cosa arriva nelle nostre librerie, tanto che in alcuni casi verrebbe pure da dire: per fortuna che sono “selezionati” per una pubblicazione in italiano!).

Ho letto anche manoscritti in inglese e in italiano per la Adriano Salani Editore, e posso assicurare che all’esterno, come in Italia, c’è di tutto. L’idea di vassallaggio è soltanto nostra, fomentata, questo sì, da personaggi di scarso valore che dal basso dei loro blog schiamazzano come pescivendoli.

Siccome qui siamo dei curiosoni, ci piacerebbe sapere se hai nuove opere in cantiere, sia come scrittore, che come editor…
Sì.
E, sì.

Arrivati a questo punto credo di aver parlato fin troppo. È meglio se non mi perdo in chiacchiere, giusto? No, a parte gli scherzi, ci sono progetti e novità, ma non posso proprio dire di più.

Il forum è anche molto frequentato da aspiranti scrittori. Cos’hai da dire a tutti coloro che hanno un libro nel cassetto, o nella testa?
A quelli che l’hanno nella testa, di scriverlo e di non farsi troppe domande. A quelli che l’hanno nel cassetto di rivederlo finché non sono certi di aver dato tutto, ma proprio tutto. Solo allora di inviarlo, ma con criterio, a editori, agenti o concorsi. Dico anche che non si deve avere fretta. La fretta può distruggere una buona idea. Scrivere non significa “giocare allo scrittore”. Ne so qualcosa, perché quando ho fatto questa considerazione, a diciassette anni, mi imposi di lavorare seriamente su ciò che da quel giorno in poi avrei scritto. Ovviamente con le capacità e le conoscenze dell’epoca, via via sempre più affinate. Giocare allo scrittore lo si può fare benissimo a casa propria, scrivendo e stampando ciò che volete. Scrivere, e provare a farlo in modo professionale, prevede un sacco di no e un sacco di lavoro che spesso, troppo spesso, per un motivo o per l’altro non verrà pubblicato. Leggete. Di tutto. Non solo il genere che amate, o diventerete (inconsapevolmente o meno) cloni degli autori che adorate. Siate buoni critici di voi stessi, ma non date retta a tutte le critiche. Ci sarà sempre chi dirà che il vostro testo è: troppo corto, troppo lungo, troppo intimistico, troppo freddo, troppo commerciale, ecc. Se sapete cosa volete dire, sarete i primi a riconoscere in una critica il giusto valore.

E concluderei lasciandoti una piccola libertà: fatti una domanda e rispondi. :)
Ma devo proprio?

Naaaaa…

Un saluto e grazie ancora!
Luca
Grazie mille a te Luca, e buon lavoro!

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6 pensieri su “Io e Luca

  1. La premiata coppia 😉 gia letta. Complimenti ad entrambi. Ma Luca ce la poteva pure dare qualche anteprima in più sui futuri progetti, e poi mai dire no a una domanda Marzulliana XD

  2. Eheh, lo sai che Luca è abbottonatissimo sui suoi progetti futuri! No si riesce a spillargli nulla eh!

    Grazie Iri.
    Tra l'altro… potrei fare un'intervits a te! Sìsìsì… potreio inaugurare una rubrica chiamata: 'Incontra il lettore', dove vado a fare delle interviste a dei lettori assidui… che ne dici? Ora penso alle domande poi ti contatto! 😉

  3. Hem, grazie, non ti offendere, ma preferirei di no. Non mi piace l'idea di dover fare un'intervista. Non è nulla di personale nei tuoi confronti, ti prego non arrabbiarti.

  4. Grazie Morna! 🙂
    Beh, puoi leggere 'Il fuoco della fenice', oppure 'Sancturay', l'antologia che ha curato, oppure leggere 'L'aurora delle streghe' di Falconi o 'Lo spirito del vento' di Baccalario, segnalato qualche giorno fa. Questi due ultimi sono opere editate da lui e pubblicate nella collana che gestisce per Reverdito editore.

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