Accabadora

Sono stato molto, molto fortunato. Non c’è altro da dire.
Sono stato molto, molto fortunato perché ho letto, uno in fila all’altro, due libro scritti divinamente. Abbiamo sempre vissuto nel castello mi aveva lasciato con una scrittura bellissima, dalle imamgini deliziose (pur trattandosi di un racconto socuro), con descrizioni incantate… Accabadora, invece, mi ha lasciato con una scrittura che è altrettanto bellissima, ma molto più terrena, più cruda, più densa. Dico questo non per far paragoni, ma per dire che, seppur in modo differente, questi due stili di scrittura meritano un grande applauso, indipendentemente dalla storia che raccontano.
Però, sia nel primo che nel secondo caso, anche la storia suscita un grane interesse.
Eccovi la trama dell’Accabadora:
Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere. La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno. Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come “l’ultima”. Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. “Tutt’a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fili’e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia”. Eppure c’è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c’è un’aura misteriosa che l’accompagna, insieme a quell’ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte. Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell’accabadora, l’ultima madre.
In poche pagine, noi visitiamo un mondo seguendo la crescita della piccola Maria, e incontriamo dei personaggi che parlano di vita e di morte. Sono queste due, infatti, le vere protagoniste del libro. La vita e la morte. E, in un certo senso, a darle è sempre la stessa persona. Sì, perché Tzia Bonaria da la vita a Maria, prendendola in casa come sua figlia, una figlia che può, finalmente, essere Maria e non l’Ultima. Ma Tzia Bonaria da anche la morte, in quanto lei è l’Accabadora, colei che finisce.
E’ un libro importante, questo, perché parla di eutanasia, anche, ma lo fa in una maniera molto delicata e mai invasiva. Alla fine del romanzo uno si chiede se l’eutanasia sia una cosa giusta, oppure se non lo sia, ma la risposta non la troverà certo tra queste pagine. Domande. Questo è quello che resta alla fine.

Pur non avendo letto gli altri volumi in corsa per il Campiello, ammetto di essere contento che la vittoria sia andata alla Murgia. Il libro mi ha davvero colpito e attendo altre sue prove.

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5 pensieri su “Accabadora

  1. Si sente dalla recensione che questo libro ti è piaciuto molto 🙂

    Trovo che sia già tanto che un libro riesca a procurare domande… anche perchè mi piace cercare da me le risposte 😀

  2. @Camilla: Sì, mi è piaciuto molto. In parte credo sia anche merito della brevità, perché se fosse stato troppo lungo avrebbe stancato.
    E' vero, la cosa più bella sono le domande! 😉

    @Tanabrus: Tu provalo. Son poche pagine e magari lo puoi prendere in biblioteca. Guarda, in genere anch'io non 'pesco' tra i premi letterari, però la trama e l'intervista all'autrice mi avevano incuriosito. Secondo me la Murgia è una donna molto intelligente.
    Poi devi farmi sapere, ovviamente! 😀

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