Blueeyedboy

Prima di dedicarmi anima e corpo al Wunderkind 2 (spero G.L. non me ne voglia) ho tutta l’intenzione di leggermi questo:

Non amo molto leggere in inglese perché sento di perdermi sempre qualcosa per strada… ma non posso attendere la versione Garzanti di questo libro, previsto per fine anno, credo.

Se volete saperne qualcosa di più, vi riporto alcune info tratte dal mio blog dedicato alla scrittrice inglese, a sua volta tratte dal sito ufficiale di Joanne Harris:

Alcuni libri sono abbastanza facili da scrivere. Altri sono invece più difficili. E alcuni sono come i cubi di Rubik, un’accozzaglia di colori che girano e si torcono con nessuna apparente soluzione in vista. Blueyedboy non era un cubo di Rubik ma piuttosto il diabolico puzzle-box cinese nel film Hellraiser di Clive Barker, la scatola che convocava i demoni. Per lo meno, questo è quello che mi sembrava, e se alcuni di quei demoni avessero deciso di strisciare dentro le pagine di questo libro, beh, non potrei dire di esserne davvero sorpresa.

Lo cominciai tre anni fa, con nient’altro che frammenti di trama e la voce del mio narratore a guidarmi. Ho attraversato momenti problematici e la mia indole solare ha preso qualche colpo. Mi sono trovata a non voler scrivere e ho speso molto tempo online, gironzolando per vari siti e cercando modi sempre più ingegnosi per evadere la realtà. Sotto pseudonimo, mi sono fatta degli amici online, scritto molte storie, e iniziato ad avere un interesse sempre maggiore per la maniera in cui le persone interagiscono online, le comunità che creano e a cui partecipano, e la maniera in cui scelgono di ritrarre se stessi. Ho iniziato a capire che le piccole comunità sempre presenti nella mia scrittura esistono anche nel mondo virtuale, con le stesse piccole cricche di membri: outsider, pettegoli, bugiardi, esibizionisti e bulli proprio come nel mondo ‘reale’. Ho capito anche quanto emotivamente dipendente dai suoi amici virtuali e dalla sua comunità la gente può diventare, anche se non ci sono mezzi per comprendere quanto oneste possano essere queste vie di comunicazione.

Da tutto questo uscì Blueyedboy, un thriller psicologico dark ambientato nel mondo di internet, dove nessuno è realmente quello che sembra, e dove ogni gusto è soddisfatto, anche quelli che non oseremmo confessare.

Il mio eroe – B.B., o Blueeyedboy – è un uomo all’inizio dei quarant’anni che continua a vivere con sua madre, riguardo la quale coltiva fantasie omicide che traduce in storie che posta su di un sito web chiamato badguysrock. Questa comunità virtuale creata da Blueeyedboy, ha come proposito quello di celebrare i cattivi delle storie ovunque, e attraverso questo mezzo si mantiene in contatto con i suoi amici online, alcuni dei quali sono da lui conosciuti anche nella vita reale, in particolare Albertine, con la quale ha condiviso un passato difficile. Ma Blueeyedboy, come Albertine, non è esattamente come sembra. Mentre si districano gli eventi di questo passato: la relazione tortuosa con la madre, la faida coi due fratelli e i dettagli della sua vita segreta, noi scopriamo la verità riguardo il passato di Blueeyedboy e un assassinio di 20 anni prima…


E’ dark, non credi? E potrei dire… che fa venire i brividi?
Che fa venire i brividi è corretto. Mi piace. E sì, questa è una storia davvero dark, anche se io la vedo principalmente come una commedia nera, non da prendere completamente sul serio.

Oh? Quindi non è un giallo?
Non esattamente. Per la maggiorparte del tempo in cui l’ho scritto, non era sicura di cosa stessi creando, o chi. Lo vedo ora – come con La scuola dei desideri, di cui è un parente stretto – come una sorta di assassinio-mistery con nessun detective, nessun crimine apparente e una coppia di narratori piuttosto inaffidabili … Joanne Harris con qualcosa in più, di insolito.

Di insolito? E come! L’avevi programmato tutto prima?
In realtà, no. Avevo buttato giu qualche idea all’inizio, ma la rivelazione principale, la iella, mi ha sorpresa tanto quanto chiunque altro. Sono dovuta tornare indietro e riscrivere mezzo libro per aggiustare quello che avevo giù tirato fuori…

La struttura narrativa è abbastanza inusuale. Cosa ti ha fatto venir voglia di scrivere un romanzo in questo modo?
La maggiorparte dei miei libri ha più narratori in prima persona, ma questa è una ripresa moderna del romanzo epistolare, nel quale tutti i capitoli prendono la forma di post in un blog chiamato WebJournal. Ogni post specifica un umore e una colonna sonora e i post pubblici hanno un box per i commenti alla fine. Alcuni di questi post sono pubblici, quindi aperti a tutti, altri sono riservati, o privati. Volevo dare a entrambi i miei narratori la libertà di scegliere sia cosa dire, che quando dirla e a chi, e volevo esplorare i diversi modi in cui presentiamo noi stessi a pubblici differenti e in differenti circostanze. L’occultamento di informazioni online non solo è accettabile, ma spesso è scontato; internet è un mezzo in cui verità sconvenienti posso essere esonerate (disabilità, stato civile, …) e dove uno è capace di condividere solo le cose di se stesso che uno ha consapevolmente deciso di condividere.

Io sono una principiante coi computer. Quanta di questa roba tecnologica ho bisogno di conoscere?
Niente di niente, davvero. Il gergo è minimo, e tutto va da sé, ad ogni modo. La chimica delle piccole comunità è essenzialmente la stessa ovunque, sia questa un paesino francese, un’isola, una scuola o una comunità web…

Raccontaci del protagonista. E’ cattivo, o no?
Questa è una domanda difficile a cui dare una risposta. Come Snyde ne La scuola dei desideri, B.B. è un personaggio difficile da definire con precisione. Subdolo, cinico e coscientemente crudele, lui è interiormente scorretto – uno potrebbe dire un carattere immorale – e comunque mi piace (cosa questo dica di me, preferisco non pensarlo). Lui è il prodotto di un ambiente terrificante, di una madre dispotica e di un’educazione imperfetta. A 42 anni compiuti continua a vivere in casa, custode di un ospedale locale, odia se stesso, odia la sua vita e, ancora, trattiene il suo senso dell’umorismo e ricrea se stesso online come la persona che vorrebbe essere, invece che il perdente nato che in realtà è. Lui abita in una sorta di mondo fantastico che occasionalmente erutta nella vita reale, con conseguenze imprevedibili. E, ancora, è profondamente vulnerabile, sia questo il B.B. ‘reale’, o quello che invece sta usando la sua vulnerabilità come un mezzo per raggiungere un fine; è davvero difficile dirlo, alla fine. Lui è, penso, il personaggio più complesso che io abbia mai creato, e forse il più difficile da comprendere. Forse è per questo che mi piace così tanto, e perché la sua voce è stata così facile per me…

E riguardo al tuo secondo narratore, Albertine?
Albertine, come B.B., è un personaggio ambiguo e piuttosto ‘danneggiato’. Marcata dal suo passato turbolento, lei si nasconde dietro una facciata intricata, rivelando i suoi veri sentimenti solo sul suo blog privato. La sua relazione di amore/odio con B.B. è basata su un’esperienza condivisa e su una sorta di terribile fascino. Lei lo conosce meglio di chiunque altro e il filo che li lega assieme l’ha impossibilitata a trovare una relazione significativa e onesta con qualcun’altro. Come B.B., sogna di fuggire dalla sua vita, ma invece trova se stessa annegata in un gioco anche più tortuoso fatto di inganno e manipolazione emotiva.

L’identità, sia reale che falsa, è un tuo tema ricorrente. Come esplora il concetto questo l’ibro?
Molti dei peronaggi dei miei libri hanno problemi con la loro identità. In alcuni casi, come quello di Vianne e Anouk Rocher, abbiamo qualcuno che cerca disperatamente di creare un’identità per se stesso in un mondo che sembra negar loro questa possibilità. In altri, vediamo qualcuno prendere l’identità di quacun’altro: Snyde in La scuola dei desideri, LeMerle in La donna alata, Zozie in Le scarpe rosse. Blueeyedboy va oltre, poiché B.B. ha scelto di creare non solo un’identità alternativa, ma un’intera esistenza alternativa, passato e presente, progettato non solo per ‘fregare’ gli altri, ma anche se stesso. Infatti, in questo libro nessuno è come appare; le identità sono intercambiabili e possono esse assunte o messe da parte quando necessario. E’ un riflesso di come le cose stanno andando, penso, un commento sulla natura della percezione e della realtà. In questa storia, come nella vita, la domanda più dificile a cui dare una risposta sincera srà sempre: chi sono io?

La sinestesia gioca un ruolo importante qui. C’è qualcosa che hai sperimentato tu stessa?
Ho sempre associato certi colori a dei gusti o a degli odori. Non sono sicura se questo mi rende una sinesteta oppure no, ma ha reso più facile, per me, identificarmi con i personaggi nel libro. In oltre volevo esplorare l’idea che quello che una persona sente quando incontra una serie di stimoli può, a volte, differire completamente da cosa qualcun’altro può sperimentare in circostanze identiche.

C’è molta musica in questo libro. Riflette il tuo gusto personale?
Assolutamente. B.B. ed io abbiamo molto in comune, incluse molte delle nostre influenze musicali. Siccome uno dei miei personaggi è cieco, ho voluto introdurre una dimensione visuale minore di quella che uso solitamente, e focalizzarmi su altri aspetti della percezione, come odori, gusti e suoni. Ho trovato tutto questo molto più duro di quanto mi aspettassi! Per compensare l’assenza di una referenza visuale, in alcune parti del romanzo mi sono soffermata maggiormente nella colonna sonora del libro; come B.B., raramente stacco la spina del mio i-Pod! Il risultato è che le tracce musicale sono state tutte scelte con cura per riflettere l’umore di ogni post e per contenere indizi, alcuni più ovvi di altri, le quali, messe assieme, formano una serie di sei playlist (una per ogni sezione del libro) le quali servono come mini-sommario della trama.

Whao! Questa è la fine? Voglio sapere cosa succede dopo!
Sì, temevo me lo avresti chiesto. Come nella vita, il capitolo finale non risolve tutto come si sarebbe voluto. Ma per apprezzare realmente un libro, il lettore dovrebbe portare in tavola tanto quanto vuole portare via. Questo significa che ognuno deve decidere come crede sia finita la storia (e potreste scoprire che la vostra opinione varia a seconda del vostro stato d’animo). Quello che sto dicendo, suppongo, è questo: per favore, non chiedetemi cosa succede poi. Generalmente sono l’ultima a saperlo…

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