Ritardi di stagione

 

È il venticinque settembre e sono davvero in ritardo.
La donna siede alla panchina, bionda e immobile, dandomi le spalle. Mi avvicino silenzioso; non ho un secondo per salutarla. Estraggo il coltello dalla tasca e glielo ficco nel petto. Colpisco ancora, e ancora. Muore.
Porto la lama all’albero che la donna stava osservando pensierosa. Lascio cadere qualche goccia scarlatta sulla corteccia. Una radice si ingrandisce, trasformandosi in un bambino. Col coltello recido il ramo che ancora lo lega alla pianta.
“Crono, sei in ritardo.” Mi dice, leggermente irritato. Guarda il cadavere “Estate…”
“Ci vediamo, Autunno.” E ritorno al mio scorrere.

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